martedì 30 maggio 2017

Cuori Puri


Agnese compie i diciotto anni mentre vive con una madre molto devota e frequenta la parrocchia locale dove sta per compiere una promessa di castità fino al giorno delle nozze. Stefano ha venticinque anni, un passato difficile e un presente in cui deve cercare di conservare l'incarico di custode di un parcheggio che confina con un campo rom. La sua famiglia sta per essere sfrattata e ha bisogno del suo aiuto. Il loro incontro farà nascere un sentimento speciale che implica delle scelte importanti, in particolare per Agnese.
Era da tempo che non compariva sugli schermi un'opera prima così intensa e così carica di un realismo che si fa cinema ad ogni inquadratura.
A partire dall'inseguimento iniziale: una corsa in cui Stefano, addetto al controllo in un centro commerciale, insegue Agnese che ha rubato un cellulare di scarso valore. È il loro primo incontro ma non è l'inizio di un idillio. È solo il prologo di un percorso irto di ostacoli. Perché il microcosmo che li circonda non è loro di aiuto. De Paolis si libera da tutti i presunti doveri del politically correct, quelli per intendersi, che fanno gridare allo scandalo gli ipocriti che vorrebbero dipingere la realtà così come non è. In questo film i rom non sono tutti buoni così come gli sfrattati non sono solo vittime e le buone intenzioni non necessariamente conducono a quella Verità che potrebbe farci liberi. 

Agnese è chiusa in una gabbia che non ha pareti ma che, grazie a una madre ossessionata da una religiosità pervasiva, la rinchiude apparentemente senza via di scampo. Questo senza che ci sia la necessità di rappresentare l'ambito parrocchiale come un luogo retrogrado e conservatore. Don Luca è un sacerdote che crede sinceramente a ciò che propone ai ragazzi, ne conosce le difficoltà in senso generale ma non entra mai in una dinamica di comprensione del singolo se non per una reprimenda sul furto.
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martedì 9 maggio 2017

La battaglia di Hacksaw Ridge



Nel nome del Padre, del Figlio e del globulo rosso. La retorica scorre a fiumi, di sangue. La Bibbia è brandita come un’arma, che di questi tempi… Eppure, il ritorno alla regia di Mel Gibson, Hacksaw Ridge, convince, e non poco. Le scene di battaglia, Okinawa, fronte del Pacifico, secondo conflitto mondiale, sono le migliori, e di gran lunga, girate da anni a questa parte: instant cult quella con Luke Bracey che per difendersi dal fuoco nemico si fa scudo di un commilitone ridotto a tronco umano e va all’assalto dei giapponesi.

Statene pur certi, ne risentiremo parlare agli Oscar e compagnia dorata, a partire dalla prova di Andrew Garfield, che smette la calzamaglia di Spider-Man ma non i superpoteri: “Buon Dio fammene trovare ancora uno”, e così il suo Desmond Doss salvò 75 uomini senza sparare un solo colpo. Avventista, fermamente convinto che la guerra fosse una scelta giustificata, ma che uccidere fosse sbagliato, combatté in prima linea senza imbracciare arma: fu il primo obiettore di coscienza insignito della Medaglia d’Onore del Congresso, la più alta onorificenza militare americana.

Nel cast Teresa Palmer, Vince Vaughn, Hugo Weaving, La battaglia di Hacksaw Ridge ibrida e loda patria e famiglia (il padre vet e ubriacone Weaving è super), guerra e amore (Palmer, graziosa), fede e spada, plasma e piastrine. Ovvio, Gibson non arretra mai la macchina da presa, la getta oltre l’ostacolo e dentro le budella, perché osceno e fuori scena per lui non sono sinonimi ma contrari. Ma, va detto, tirando queste sassate allo stomaco nemmeno toglie la mano: ci crede, non è un ipocrita, ma un estremista, è già qualcosa.

Crede, sì, in Dio, patria ed emoglobina. E coerentemente agisce: lancia in resta, scova e celebra questo guerriero senza pistola, che non fece vittime ma salvati tra i suoi commilitoni, gli stessi che avevan fatto di tutto per negargli la possibilità di servire il Paese come voleva, ovvero senza colpo ferire. Già, Desmond Doss è il Salvatore, di una nuova Passion(e).

Poco importa (dell’ideologia), lo spettacolo c’è, e le coreografie belliche valgono, da sole, il prezzo del biglietto. Piuttosto, per espiare i suoi tanti peccati, Gibson dovrebbe girare uno spot a gratis per l’Avis. Di sangue ne sa a pacchi: anziché sprecarlo, aiuti a donarlo.

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giovedì 27 aprile 2017

Billy Lynn – Un giorno da eroe




“Da quando ho realizzato La vita di Pi, ho capito che nel fare un film in 3D non basta aggiungere solo una dimensione, ma è necessaria una risoluzione che è possibile ottenere solo con un frame-rate molto più alto rispetto a quelli abituali. Il nostro modo di guardare le cose può diventare allora molto più profondo. Penso che il futuro sia davvero emozionante”.

Le parole di Ang Lee nell’introdurre la sua nuova fatica – tratta dal libro di Ben Fountain (È il tuo giorno, Billy Lynn!, minimumfax) – si scontrano, purtroppo, con la resa effettiva che il suo film avrà nelle sale italiane (ma anche negli altri paesi non sarà facile vederlo nella sua forma nativa).

Sì, perché quello che ci arriva è nulla più che un semplice, ennesimo film sul ritorno in patria di un soldato USA di stanza in Iraq celebrato come eroe, costretto a vivere un’esperienza tra il surreale e il grottesco durante l’intervallo di una partita NFL del Giorno del Ringraziamento. Nelle intenzioni di Ang Lee, invece, quella contrapposizione tra realtà e allucinazioni, tra sparatorie polverose e bombardamenti mediatici, andava risolta attraverso un’esperienza talmente immersiva da superare gli abituali concetti di fruizione: 120 fotogrammi al secondo, in 3D. Un film, per questo, ad oggi ingiudicabile. Ma, di sicuro, precursore di un nuovo modo di concepire la visione.

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domenica 16 aprile 2017

A United Kingdom




Donna bianca, uomo nero. Scriverlo così sembra oggi, almeno per una parte del mondo, una sola questione di colore della pelle, sancita ormai l’uguaglianza delle razze, i loro diritti: alla vita, alla giustizia, alla tutela della persona. L’apartheid è stato sconfitto in Sudafrica, eppure la resistenza contro questa vergogna altrove persiste. Ma siamo nel 1947, nella civilissima democrazia anglosassone, e interessi economici nonché intrallazzi politici possono imporsi sull’amore vero, profondo, che si dichiara.

A United Kingdom – L’amore che ha cambiato la storia, torna a un episodio clamoroso di quegli anni appena affrancati da una guerra e pronti a combattere con altre armi e su altri fronti.  Se ne era quasi persa la memoria, almeno per chi non ha vissuto quei fatti attraverso le pagine dei giornali e il clamore suscitato. Portarlo sugli schermi è stato l’impegno encomiabile di Amma Asante. Si è imbattuta, affascinata, nella figura di Saretse Khama, studente di legge a Londra, pronto ad ereditare la corona e il trono del Bechuanaland – uno dei paesi allora considerati tra i più poveri del mondo, che diventerà nel 1966 l’attuale Botswana -, porzione arida di terra, ma ricchissima di diamanti, nell’Africa del Sud.

In un pub londinese, il regale giovanotto – interpretato da David Oyelowo – si imbatte nella semplice Ruth Williams – Rosamund Pike – , innamorandosene perdutamente, ricambiato. Una scelta del tutto naturale sposarsi, per i due, secondo le regole del cuore e della civiltà. Del tutto intollerabile, ipocritamente sconveniente, sia per il Parlamento inglese e gli interessi dell’Impero che cinicamente rappresenta, sia per i capi delle tribù laggiù, nel Paese africano. Un re nero, appunto, che tenta di affrancarsi dal guinzaglio britannico e una regina bianca che cerca di convivere con le tradizioni e farsi accettare da chi la rifiuta, perché il razzismo ha sempre una doppia faccia. Mentre il Sudafrica minaccia una invasione e il Regno Unito di stringere il cappio, cancellando del tutto quella parvenza di indipendenza, che allora si chiamava “protettorato”. Mentre l’opinione pubblica reagisce, spaccata. Lui può diventare re dopo aver tradito così il suo Paese, lei può condividerne le speranze di indipendenza quando per il suo colore rappresenta il nemico, l’altra pericolosa metà del mondo?

I fatti diedero ragione a loro, torto a tutti gli altri. La fermezza morale di Seretse nel dichiarare l’amore per il suo Paese e per la sua donna, nonostante un esilio a vita,  gli valse il riconoscimento il rispetto sia dei britannici sia della sua gente, compreso uno zio col quale si riconcilierà. Tornato e incoronato portò la democrazia, venne eletto Presidente, ebbe figli, diffuse la modernità estraniandosi da quanto succedeva attorno negli Stati ai confini.

Dopo aver letto Colour Ban di Susan Williams, sei anni ha dedicato al film Amma Asante – figlia di immigrati ghanesi, si definisce una “Britannica Nera, dunque con più di una motivazione umana, e non solo artistica, per dedicarsi a questo soggetto -, ottenendo la possibilità di girare anche nel Parlamento inglese, oltre che nei luoghi africani dove realmente i fatti accaddero, i villaggi di Serowe e Palpaye. Luoghi che fanno parte della sua identità, oltre ad esserle assai cari.

Il film assume la duplice prospettiva “dell’altro”: Seretse è un estraneo tra le nebbiose strade di Londra, Ruth è una estranea sui sentieri di sabbia del Bechuana. Ma entrambi lottano per ciò in cui credono: il loro amore, un diverso futuro nelle relazioni tra i popoli e nel loro governo. Ci si domanda se poi tutta questa bontà, generosità e ottimismo abbiano portato ad un cambiamento nella gestione delle cose del mondo. L’Impero non c’è più, Mandela è un eroe, Seretse e Ruth pure. Ma l’uomo non è cambiato, sebbene i molti sforzi, tentati da pochi, per farlo.

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venerdì 7 aprile 2017

Life, Animated



Diretto concorrente di Fuocoammare ai prossimi Oscar, naturalmente nella categoria documentari, Life, animated di Roger Ross Williams racconta la storia vera di Owen Suskind, giovane statunitense affetto sin dall’età di tre anni da disturbi dell’apprendimento, successivamente classificati come una forma di autismo. Condannato dalle diagnosi a una totale incomunicabilità con il mondo circostante, Owen scopre pian piano, tramite la visione dei film classici d’animazione della Disney, un modo per entrare in relazione con la realtà. Peter Pan, Aladdin, la Sirenetta e il loro coloratissimo universo divengono, agli occhi del piccolo, la chiave per entrare nel mondo, gli strumenti attraverso cui decifrare le proprie emozioni e tornare a comunicare con la propria famiglia. Vivendo in prima persona i sentimenti, le azioni, le battute di personaggi di finzione, Owen e altri giovani affetti da simili disturbi dell’apprendimento riescono, ciascuno a suo modo, a superare l’isolamento di una realtà che sembra opprimere anche i normodotati con il suo brulicare inconcepibile di stimoli.

Più pertinente alla variante del documentario televisivo, con tanto d’interviste, che al documentario d’arte o cinema del reale che dir si voglia (Fuocoammare docet), l’opera del regista americano possiede, nonostante tutto, l’ammirevole solidità del romanzo di formazione e la leggerezza di approccio, e di ritmo, dei classici Disney che tanta parte rivestono nella vita e nella storia di Owen. Efficaci infine, benché minimali, le sequenze animate che s’innestano in alcuni momenti topici per accompagnare il mondo interiore del protagonista.

Di riflesso, un omaggio sommesso ma non per questo meno coinvolto, al cinema di animazione o, meglio, al cinema tout court. A ennesima riconferma, se ce ne fosse ancora bisogno, di come anche il cinema e l’arte, qualche volta, riescano a cambiare la vita. Quella di una singola esistenza, almeno. Ne sia testimone l’augurio espresso nel finale dai genitori di un Owen ormai adulto, augurio che è poi quello di ogni genitore, e cioè che i propri figli possano crescere indipendenti, anche quando rimarranno soli, e invecchiare serenamente.

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lunedì 27 marzo 2017

Cinquanta sfumature di nero



Almeno nel primo, involontariamente, si rideva, questo secondo film è così fatuo, vacuo, mortificante e castrante insieme – e non tirate fuori eros e thanatos, per favore – che le cose da fare sono due.

La prima, chiedersi se il nero sia davvero il colore di queste Cinquanta sfumature.

La seconda, mandare tutto in vacca, ovvero prendere per i fondelli questo sequel, diretto da James Foley, che riporta sul grande schermo la, ehm, letteratura di E. L. James due anni dopo Cinquanta sfumature di grigio (2015, regia di Sam Taylor-Johnson).

Strano ma vero, sfruculiando nella filmografia di Foley troviamo tutte le parole chiave di questo Fifty Shades Darker, tanto per ribadirne l’originalità: Amare con rabbia (Reckless, 1984); A distanza ravvicinata (At Close Range, 1986); Who’s That Girl? (1987); Più tardi al buio (After Dark, My Sweet, 1990); Americani (Glengarry Glen Ross, 1992); Un giorno da ricordare (Two Bits, 1995); Paura (Fear, 1996); L’ultimo appello (The Chamber, 1996); Perfect Stranger (2007). Shakerate e il film è (s)fatto.

Rimane, bonus track, da chiedersi come se la cavino i due attori: Dakota Johnson, figlia di Don e Melanie Griffith, con quelle labbra – siamo signori, e sul resto del corpicino serbiamo rigoroso silenzio – può dire tutto, dunque anche le insipidi battute di Anastasia Steele; Jamie Dornan, alias Christian Grey, ha messo su muscoli, e sarebbe un perfetto capomastro nelle Prealpi Bergamasche.

Nota a margine: cari E. L. James, maritino sceneggiatore Niall Leonard e Foley, non si può lanciare il sasso e nascondere la mano, ovvero non si può – si ricordi peraltro Bazin… – fotografare il sesso sparando al contempo una brutta musica quale diversivo e censura anticlimax.

Insomma, bisognerebbe crederci, ma qui non è dato: 115 minuti in cui vi troverete a pensare alle rate del mutuo, la spesa da fare, una mostra da vedere. E che la vita non è questo cinema, che il sesso non ha queste sfumature e… dov’è che ho parcheggiato?

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giovedì 16 marzo 2017

150 milligrammi




Una donna decisa a sfidare un colosso farmaceutico. Il coraggio di un medico di abbattere, rivelando al mondo la sconcertante verità, il muro di omertà che protegge gli ingenti e loschi affari di una grande azienda. Con queste semplici (ma toccanti) parole si potrebbe descrivere 150 milligrammi, film diretto da Emannuelle Bercot e tratto dal libro di Irène Frachon, pneumologa presso un ospedale di Brest (Francia), che ha rivelato la connessione tra numerosi decessi e l’assunzione di un  farmaco dimagrante: Mediator. A vestire i panni del medico di ferro troviamo Sidse Babett Knudsen.
Il film, intriso di puro realismo, si presenta come un’indagine giudiziaria avviata dai medici bretoni nei confronti del colosso farmaceutico Servier. Almeno 500 le morti attestate. Il farmaco, dopo la lotta portata avanti dalla dott.ssa Frachon, è stato ritirato dal commercio. Sebbene il libro verità non abbia seguito sin da subito un fortunato percorso per via delle accuse mosse dall’azienda farmaceutica all’autrice, costretta a mutare il sottotitolo del suo libro da “Combien de morts?” a  “Sous-titre censuré”, la realizzazione del film sembra dare nuova linfa a un’inquietante vicenda giudiziaria forse per troppo tempo tenuta nell’ombra. L’interpretazione straordinaria di Sidse Babett Knudsen agevola lo sviluppo narrativo della cupa vicenda presentando al pubblico un personaggio tanto tenace quanto professionale pronto a sfidare chiunque pur di far trionfare la verità.
150 milligrammi, presentato alla Festa del Cinema di Roma con il titolo originale La Fille de Brest, intreccia al suo interno medical drama e thriller giudiziario, senza mai tralasciare la realtà dei fatti e aprendo allo spettatore le grigie corsie d’ospedale all’interno del quale la trama ha luogo. La fotografia si mostra  perfettamente in sintonia con l’evoluzione della storia narrata che, partendo da un cupo mistero, via via concede al piccolo gruppo di medici (definiti addirittura “provinciali”) uno spiraglio di luce. Un vero e proprio percorso dantesco quello affrontato dalla protagonista e dal suo team, che per far luce sull’inquientante vicenda dovranno affrontare dure prove e pressioni. Ma la verità, si sa, è schiacciante.
Film avvincente e ben sviluppato.

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