sabato 26 dicembre 2015

THE BLACK FLAG - LA NOSTRA RECENSIONE DEL FILM SULL'ISIS

Majed Nesi The Black Flag

Con il regista iraniano Majed Neisi, dentro la guerra a 60 chilometri di Baghdad fronteggiando le milizie di Daesh


Lasciamo perdere per un attimo i film d'autore, i documentari di finzione, ovvero quei prodotti sicuramente di valore con soluzioni registiche nuove, appassionate, che trasfigurano la realtà per raccontarcene una dimensione meno immediata e visibile agli occhi. The Black Flag - che arriva nella giornata di mercoledì 2 dicembre in anteprima italiana al Festival dei Popoli - è altro. Ossia un documentario di guerra, crudo, puro, ravvicinato, che ci porta a pochi centimetri - e non metri - dall'attività militaresca di un gruppo di volontari miliziani iracheni, impegnati a difendere dalle forze dell'Isis, la città di Jorf al-Sakhar, a 60 km a sud da Baghdad. E subito, attraverso l'occhio del regista Majed Neisi, siamo dentro il conflitto. Con i soldati e dalla loro parte. E a scandire le ore con loro, dormiamo in trincea, schiviamo le granate, i proiettili, usciamo in missione per riconquistare il territorio in mano a Daesh, vediamo alcuni soldati essere feriti, altri morire, e tutto in presa diretta, con il rumore degli spari e assorbendo un po' di quella determinazione che i miliziani, tutti volontari, dimostrano nei combattimenti.

Questo è un dato che colpisce e che The Black Flag mostra in maniera inedita. Perché è tanta la loro convinzione di essere dalla parte giusta, di aderire alla sacra fatwa, che questo credo provoca in loro, un sentimento di tranquillità di fronte alla morte, che il documentario riesce bene a cogliere. 

E in un momento come questo, dove la comunità occidentale fa fatica a comprendere le motivazioni e il profilo di uno scontro che è prima di tutto interno al mondo musulmano, il lavoro di Neisi é davvero un documento straordinario e prezioso che ci porta nell'occhio del ciclone per poi ruotare lo sguardo a 360 gradi e mostrarci le molte sfaccettature di una realtà che possiamo solo provare a comprendere, usando la lente della complessità.

In The Black Flag si alternano scene di guerra, dove il regista è davvero nelle retrovie a seguire i soldati, a momenti di descrizione della verità del campo base, della trincea, e la gioia per la riconquista della città di Jorf al-Sakhar. E davvero mentre scorrono le immagini si aderisce con più forza al motto del Festival dei Popoli: "Reality is more than fiction". 

Fonte: film.it

STAR WARS: IL RISVEGLIO DELLA FORZA - LA NOSTRA RECENSIONE (SENZA SPOILER)


Con J.J. si vola, ma troppi condizionamenti e aspettative gravano su questo primo episodio di una nuova trilogia comunque promettente

Il film dell'anno. Scorso, prossimo, non importa. E non importa che sia "perfetto", come ha dichiarato qualcuno dei fortunati vip ai quali è stato permesso di vedere in anteprima Star Wars: Il risveglio della Forza, nonostante un embargo di rare proporzioni e modalità. In compenso meglio si adattano al film di J.J. Abrams che apre la terza trilogia della saga iniziata da George Lucas gli aggettivi "epico" (visto che si arriva a citare persino Apocalypse Now) e "fantastico" (considerata la mano divertita e mainstream del regista di Star Trek e Super8). Eppure molta della vernice di questo Episodio VII viene da barattoli rimasti in soffitta, o da tinte che si sono cercate il più somiglianti possibili, probabilmente per restare fedeli all'estetica che fu e allontanarsi dall'ultima, che ancora divide i fan.
Una operazione coerente, in fondo, considerata la cronologia effettiva, e prevedibile. E che tutto sommato funziona. Che restituisce una storia complessa nella quale si intrecciano più linee narrative, anche se non quante saranno quelle che si intuiscono. Il merito di puntare su una eroina al femminile e di bassa estrazione, ben più centrale delle principesse del passato, è indubbio. Anche perché il personaggio risalta particolarmente rispetto ai vari Oscar Isaac (sarà il prossimo pilota guascone?), Adam Driver (affascinante nelle sue intemperanze, ma ancora abbozzato) e John Boyega. Ovviamente parlando delle nuove leve, visto che per tutto il film è la vecchia guardia - Harrison Ford in primis - a rubare la scena.

Non poteva essere altrimenti, vero, ma tutto sommato non ci aspettavamo a tal punto.Inevitabile che questo capitolo dovesse cercare di riallacciare i fili con il precedente - di quasi quaranta anni fa! - e accontentare i fan, ma la sequela di 'entrate in scena' studiate e continuate alla fine spezza il ritmo senza creare veri e proprie situazioni di sospensione. E anche i colpi di scena finiscono per mancare del giusto pathos o eccedere in prevedibilità. Per non parlare dell'insistita replica di situazioni e ambientazioni, che smettono presto di essere ammiccamenti. Certo, fa piacere ritrovare il piccolo droide dal cuore umano, l'eroina vestita di bianco e beige vagare sola su uno sfondo desertico (come il piccolo Anakin sedici anni fa e il giovane Luke ancora prima) o la scacchiera del Millennium Falcon, però…


Ma nonostante tutto il film scopre gradualmente le sue carte, come anche le direttrici lungo le quali potremo aspettarci di veder correre questa Forza risvegliatasi. E conquista per azione, coreografie, spirito, premesse e promesse. Si resta incollati alla saga, un po' delusi dal dover attendere il maggio 2017 ma di nuovo motivati e speranzosi (e curiosi di vedere cosa saprà fare il Rian Johnson di Looper). E in fondo non troppo 'persi nella selva oscura' nella quale si svolge un apparente conflitto finale, vero cliffhanger (più dell'epilogo, per quanto reso mitico), che lascia qualche perplessità sull'evoluzione del concetto di apprendistato degli Jedi 3.0, ma che apre l'ennesimo di tanti fronti. Tanti da rendere difficile fermarsi a riflettere sulle altrettante possibilità, nascoste così in vista di future sorprese.


Star Wars: Il risveglio della Forza è distribuito da The Walt Disney Company. Qui potete scoprire tutti i contenuti del nostro speciale.

Fonte: film.it

venerdì 18 dicembre 2015

REGRESSION - LA NOSTRA RECENSIONE


A sei anni da Agora riecco Alejandro Amenàbar, ma il ritorno al thriller mostra un po' di ruggine…

Aveva parlato di uguaglianza tra i sessi nel 2009 e di eutanasia nel 2004, ma sono quindici gli anni che ci separano dall'inquietante The Others con il quale Alejandro Amenàbar si era presentato al mercato statunitense. Il ritorno al thriller di Regression ripropone alcune delle sue atmosfere e ossessioni, ma il lungo attendere un tema che lo spingesse ad affrontarlo sembra quasi aver appesantito lo sviluppo e finito per confondere le idee allo stesso autore.

Che voleva dichiaratamente realizzare un film "sul diavolo", e sui cliché che gli ruotano intorno, evitando le stesse banalità sul satanismo che lo avevano annoiato durante la fase di ricerca. E per quanto non sia riuscito a restarne del tutto immune, soprattutto per quel che riguarda il tentativo di disarmare i meccanismi con cui si crea il terrore, sono altri gli aspetti interessanti che emergono dalla vicenda.

I definitiva un film sugli errori. Che tutti (inclusi Emma Watson e Ethan Hawke), a un certo punto, fanno. Nel film e nella vita. Sulle ansie di perfezione che derivano dalla paura di farne, o che gli altri ne facciano. Le conseguenze della durezza nel giudicarsi e della facilità di giudicare, proprio affidandosi a quegli stereotipi di cui si parlava o magari a procedimenti che non siamo abituati a mettere in discussione.

Quello della 'regressione' psicanalitica, per esempio, alla base del film e ormai caduto in disgrazia, ma che negli anni '90 - quando la storia è ambientata (anche dal punto vista estetico, seppur denunci una forte fascinazione per i '70) - poteva porre le premesse per un thriller nel thriller come questo. Nel quale però può risultare complicato districarsi, trovare il bandolo della matassa, il vero percorso immaginato dal suo creatore. Che forse indulge troppo nell'accumulare possibilità narrative e potenziali colpevoli, creando i presupposti per mantenere la tensione fino alla fine, ma anche lasciando il dubbio di essersi affidato a una costruzione più opportunista che consapevole.

Fonte: film.it

giovedì 10 dicembre 2015

La grande scommessa, recensione del film con Christian Bale, Ryan Gosling e Steve Carell

La grande scommessa, recensione del film con Christian Bale, Ryan Gosling e Steve Carell

Immaginate che Michael Mann si metta in testa di voler raccontare in un film lacrisi finanziaria del 2008: quella legata ai mutui subprime, che ha portato al fallimento di banche d’affari ritenute inscalfibili, ha creato milioni di disoccupati e una depressione di cui sentiamo le conseguenze ancora oggi. E che ha svelato il volto oscuro del capitalismo finanziario. 
Immaginate, però, che prima di mettersi al lavoro sul film, Mann abbia battuto la testa, abbandonato la tradizionale serietà (magari spettacolare ma pur sempre sobrio), per diventare un buontempone che, magari, non disdegna un consumo massiccio d’erba. 
Ecco, in quel caso il risultato del lavoro del regista sarebbe forse simile a quello che è riuscito ad Adam McKay: uno che viene dal Saturday Night Live e da mille collaborazioni con Will Ferrell, che ha co-sceneggiato Ant-Man, e che questa volta ha cambiato genere centrando un equilibrio difficilissimo tra momenti comici, bizzarrie, drammaticità, e ricostruzione cronachistica e dettagliata degli avvenimenti e dei meccanismi finanziari, dalla verbosità quasi sorkiniana

Basato su un libro del giornalista finanziario Michael Lewis (lo stesso del volume che poi è diventato - guarda caso - Moneyball, e con altri adattamenti cinematografici all’orizzonte), La grande scommessa è un film a suo modo sovversivo: perché racconta nel dettaglio, e con un linguaggio cinematografico hollywoodiano comprensibile a chiunque, le profonde e perverse storture di un sistema capitalistico andato fuori controllo; e perché lo fa con un linguaggio cinematografico che se ne infischia delle regole tradizionali e risente dell’evoluzione recente dei linguaggi audiovisivi. 
La storia, che segue le vicende parallele e incrociate di diversi investitori e gestori di fondi che scommisero sul crollo delle obbligazioni bancarie sui mutui immobiliari, intuendo prima di tutti l’imminenza di una crisi che andò poi ben oltre le loro previsioni, è infatti raccontata attraverso la voce di uno di loro, interpretato da Ryan Gosling. Che però si fa narratore onniscente solo saltuariamente, e non si fa alcun problema ad abbattere la quarta pareteesattamente come fa Frank Underwood in House of Cards, ma con maggiore ironia. 
Nei punti in cui i tecnicismi finanziari rischiano di mandare in bambola lo spettatore, ecco che McKay tira poi fuori dal cilindro dei siparietti esplicativi, il primo dei quali vede protagonista una Margot Robbie che sorseggia champagne in vasca da bagno - tanto per dare l’idea del tono. 
Inaspettatamente, però, gli anarchismi formali di McKay e le leggerezze del film (che ha qualche momento di pura comicità) non sviliscono i suoi contenuti e la loro serietà; perfino la loro drammaticità: al contrario li aiutano e li supportano. Rendono il film meno pamphlet a tema e a scopo indignazione, regandogli un profilo entertainment-oriented che fa penetrare la lama più in profondità: faccio finta d’intrattenerti mentre t’indottrino. 

La fusione dei registri de La grande scommessa si concretizza soprattutto nel personaggio (e nell’interpretazione) di Steve Carell, gestore di un fondo di Wall Street reso a tratti esilarante da un cattivo carattere al limite del patologico, dotato di spessore psicologico grazie a un trauma familiare e rappresentante lo sguardo più sconcertato e critico di fronte alla stupidità e alla fraudolenza delle grandi banche (“Tell me the difference between stupid and illegal and I'll have my wife's brother arrested,” gli dice a un certo punto il banchiere interpretato daGosling
Ancora più che nel precedente Foxcatcher, l’attore divenuto celebre per i ruoli comici conferma la stoffa che gli permette di affrontare senza patemi anche quelli drammatici, rivaleggiando alla pari con un Christian Bale che siamo più avvezzi vedere in parti impegnate. 
Ma mentre nel personaggio di Bale, assieme allo sgomento di fronte alla profondità dell’abisso prevale il disincanto, in quello di Carell - che in partenza viene descritto come un pessimista già consapevole del marcio del mondo in cui lavora - si esprimono la rabbia, la frustrazione, l’incredulità e l’impotenza degli uomini comuni, di chi il film lo guarda e anche la Crisi l’ha vissuta da spettatore. 

“Non me l’aspettavo così.” “E cosa pensavi di trovare?” “Non so, degli adulti.” 
Così si dicono altre due figure di primo piano del film - due ragazzi del Colorado che sognavano di scalare Wall Street, rimasti coinvolti anche loro nel grande gioco che ha portato la Crisi allo scoperto - quando entrano nella sede newyorchese di Lehman Brothers, dopo il fallimento e il licenziamento dei dipendenti. 
Di adulto, nel mondo raccontato da Adam McKay, non c’è proprio nulla. Ci sono ragazzini troppo cresciuti che non conoscono il senso di parole come responsabilità, come morale, come etica. Eterni adolescenti incapaci di comprendere le conseguenze dei loro gesti, resi ciechi dalla prospettiva del guadagno, della BMW serie 7, di un aereo privato, di strip club e ville con piscina destinate a rimanere vuote. E più il regista gioca col cinema, col corrispettivo di quella patina superficiale, più la desolazione di ciò che racconta risulta evidente. 
Per giocare, c’è il cinema. La finanza e l’economia, quelle, dovrebbero essere qualcosa di più serio. Al cinema posso viaggiare nello spazio o perdere il lavoro, e di conseguenze reali non ce ne solo; mentre per ogni gioco di Wall Street, la vita e i lavori di milioni di persone sono a rischio. Qui c’è Brad Pitt in persona a ricordarlo: e che sia Hollywood a doverlo ribadire, continua a essere un paradosso. 

Fonte: comingsoon.it