martedì 8 maggio 2018

EVA


Bertrand è stato badante di un anziano scrittore a cui ha sottratto, al momento della morte, il testo inedito di uno spettacolo teatrale attribuendosene la paternità. Ottenuto il successo sul palcoscenico è ora messo sotto pressione dall'impresario che gli ha versato un cospicuo anticipo per una nuova pièce. Conosciuta del tutto per caso una misteriosa donna che si fa chiamare Eva e che si prostituisce chiedendo alti compensi, cerca di trarre dagli incontri con lei materia per una creatività di cui è privo.

All'origine di questo lavoro di Benoit Jacquot c'è un romanzo della Serie Noire datato 1946 scritto da James Hadley Chase. Da quel romanzo già Joseph Losey nel 1962 aveva tratto un film con lo stesso titolo avente al centro Jeanne Moreau.
La realizzazione fu travagliata da contrasti con la produzione che portarono a un'opera che non risulta tra le più ricordate nella filmografia del regista. Ora Jacquot, come era già accaduto con Diary of a Chambermaid, affronta la sfida di girare un film che è di fatto un remake cercando di far dimenticare l'originale. Va detto che la visione invita a condividere la posizione dei produttori che nel passato hanno convinto il regista a rinunciare all'impresa. 

È vero che Isabelle Huppert è diventata l'interprete privilegiata per chi voglia portare sullo schermo un personaggio femminile dalla sessualità non solare. Questo però invita inevitabilmente a fare un confronto tra l'età che la Moreau aveva quando accettò lo stesso ruolo e quella dell'attrice francese. Ognuno può andarsele a verificare rendendosi conto che, per quanto ben portata (come si usa dire) la differenza c'è e mette in gioco la tenuta complessiva della vicenda soprattutto se messa a confronto con Julia Roy che qui è la fidanzata del protagonista.
Fonte: QUI

mercoledì 2 agosto 2017

CABLE GIRLS




Quattro donne, gli anni '30, aria di ribellione: da una parte la rivoluzione tecnologica che passa attraverso i cavi di un centralino telefonico, dall'altra la rivoluzione dei costumi, che si consuma (anche) rompendo il tabù di una gonna un po' più corta del "normale". 

Alla regia Carlos Sedes e David Pinillos (Velvet, Grand Hotel), nei ruoli delle quattro protagoniste la star Blanca Suárez (El barco, El internado), Nadia de Santiago (Musarañas, Amar es para siempre), Ana Fernández (Los protegidos) e Maggie Civantos (Vis a vis).
Rilasciata in 190 paesi da Netflix a partire dal 28 aprile, Cable Girls è la prima serie originale del colosso del video on demand prodotta in Spagna.

I PERSONAGGI
Già rinnovata per una seconda stagione, Cable Girls si ambienta nella Madrid del 1929, all'interno del grattacielo che ospita la sede della neonata Compagnia de Telefonia. All'interno di queste stanze si muovono i destini delle quattro protagoniste Lidia, Carlota, Ángeles e María Inmaculada detta Marga, appena assunte come centraliniste.
Quattro caratteri femminili molto diversi per quattro donne che si troveranno, spesso loro malgrado, a essere testimoni dei segreti e degli intrighi politici che corrono lungo le linee telefoniche.

Dalla protagonista Lidia, in fuga da un misterioso passato, a Carlota, figlia ribelle di un militare, passando per Ángeles, apparentemente sottomessa al marito, e la campagnola Maria, le quattro colleghe/amiche sono accomunate da un identico destino: quello di affermare la propria indipendenza ed emanciparsi in una società ancora troppo al maschile.

IL MOOD
Lontana più psicologicamente che temporalmente dalla dittatura di Franco, la Madrid de Cable Girls è una città da un milione di abitanti, moderna, nel boom dello sviluppo architettonico e piena di fiducia nel futuro. Nascono in quegli anni interi quartieri per ospitare il nuovo proletariato urbano (Ventas, Tetuán), si inaugura la Gran Via per decongestionare il centro storico dove il traffico è già stato "alleggerito" dalla nuovissima metropolitana, mentre poco lontano dal Palazzo Reale nasce la Ciudad Universitaria.
La compagnia telefonica della serie è la prima a portare in città la rivoluzionaria forma di comunicazione a distanza, trovando naturalmente posto nel primo grattacielo mai costruito in città.

Ma a far da protagonista nelle otto puntate della prima stagione, inevitabilmente, è anche la moda femminile anni '20 e '30: cappellini, copricapo e velette, gonne al ginocchio e camicie, reggiseni a fascia per coprire rigorosamente le forme. Perché nella Madrid di fine anni venti, vale la pena di ricordarlo, le donne non solo non erano libere di indossare quel che volevano, ma dovevano regolarsi su canoni differenti a seconda del lavoro (eventualmente) intrapreso. Ammesso che lo trovassero - e che i loro mariti fossero d'accordo.

Fonte: QUI

martedì 18 luglio 2017

Girlboss


d appena 28 anni, Sophia Amoruso è milionaria. Fino a pochi anni prima si era sempre data da fare con piccoli lavoretti, spesso abbandonati a causa di un modo di fare tutto suo, talvolta irresponsabile, mai convenzionale. Senza denaro, prossima allo sfratto e a un passo dalla disperazione, si accorge che rivendere abiti vintage su e-bay, nell'era di Internet, potrebbe portarle notevoli guadagni. Tutto ciò che dovrà fare è selezionare i capi di abbigliamento e trovare un luogo dove acquistarne di nuovi a poco prezzo: operazione che inizialmente le sembrerà più semplice di quanto si rivelerà poi essere. Inizierà così, praticamente da sola, contro tutti e con il suo caratteraccio, a costruire un impero che prende il nome di Nasty Gal.
Girlboss si basa sull'autobiografia #Girlboss di Sophia Amoruso. La Sophia reale e quella seriale hanno altro in comune: entrambe sono consapevoli di essere verbalmente troppo aggressive, troppo spigolose, troppo indigeste. 
La Nasty Gal è oggi un'impresa on-line da 100 milioni di dollari, che dà lavoro a circa 350 dipendenti. Il vero valore dell'azienda, tuttavia, è nel messaggio che la sua stessa esistenza veicola: è un qualcosa che nasce dal nulla, grazie al talento e alla caparbietà di una ragazza - Sophia Amoroso - che è cresciuta in strada. È una realtà, insomma, che testimonia come il sogno americano sia ancora oggi più che mai vivo.

Fonte: QUI

mercoledì 5 luglio 2017

TREDICI


Tratta dai bestseller di Jay Asher, la serie originale Netflix Tredici racconta la storia di Clay Jensen (Dylan Minnette), un ragazzo che al ritorno dalla scuola trova sulla porta di casa una misteriosa scatola con su scritto il suo nome. Nella scatola scopre delle cassette registrate da Hannah Baker, una compagna di classe per la quale aveva una cotta e che si è suicidata due settimane prima. Nelle registrazioni, Hannah spiega le tredici ragioni che l'hanno spinta a togliersi la vita. Clay è forse tra queste?

Pubblicato nel 2007 con la grafia "Th1rteen R3asons Why", il romanzo di Jay Asher è stato un grande successo negli States e in occasione della serie Tredici a cui ha dato origine, disponibile su Netflix, ne è stata ripubblicata - anche in Italia da Mondadori - una edizione speciale per il decennale. Il libro consta di meno di trecento pagine e racconta una sola giornata, durante la quale il giovane protagonista Clay Jensen ascolta le tredici incisioni lasciate da Hannah Baker dopo il suo suicidio. 
Si tratta in sostanza di un duetto di voci, quella registrata di Hannah e quella interiore di Clay, che interviene a commentare con il proprio flusso di coscienza di dubbi, riflessioni e ricordi. In termini di azione non succede quasi nulla, a parte per Clay che evita i propri genitori e attraversa la cittadina (una "american small town" come tante altre) seguendo la mappa lasciata da Hannah.

Fonte: QUI

lunedì 26 giugno 2017

IRON FIST


Danny Rand (Finn Jones - Game of Thrones) aveva 10 anni quando l'aereo privato con a bordo suo padre Wendell e sua madre Heather, si schiantò misteriosamente sulle montagne dell'Himalaia.
Unico superstite dell'incidente, Danny viene salvato da un gruppo di monaci guerrieri e portato nella misteriosa città di K'un-Lun; grazie all'addestramento dei monaci e alle brutali condizioni del luogo, diventa un valoroso guerriero.
Dopo 14 anni decide di tornare a New York, per ricongiungersi agli amici di infanzia che considera come una famiglia, Ward and Joy Meachum, figli del socio del padre di Danny. Intenzionato a prendersi il posto che gli spetta nella multinazionale fondata da suo padre, la Rand Enterprise, che viene adesso gestita dalla famiglia Meachum. La serie si concentra sul come Danny Rand sia diventato l'Iron Fist, sull'esperienza a K'un-Lun - reale o immaginaria - e su tutte le vicende che porteranno a fare luce riguardo la morte dei suoi genitori.
Fonte: QUI

domenica 18 giugno 2017

LA BELLA E LA BESTIA


Ventisei anni dopo il film d'animazione che per primo sfondò la barriera della nomination all'Oscar come Miglior Film, la Disney torna su quei luoghi incantanti: il villaggio francese di Belle e il castello stregato della Bestia, dove un orologio, un candelabro, una teiera e la sua tazzina, il piccolo Chicco, trascorrono l'esistenza prede di un sortilegio, sperando che non cada anzitempo l'ultimo petalo di una rosa o non torneranno mai più umani.
Il film di Bill Condon arriva evidentemente sull'onda degli altri remake in live action dei classici Disney, ma sceglie una strada differente rispetto, per esempio, alla revisione di Cenerentola firmata da Kenneth Branagh.
Il nuovo La bella e la bestia non reinventa quasi nulla, e laddove lo fa, nel prologo settecentesco, nell'introduzione di un paio di personaggi e di alcuni interpreti di colore, non opera modifiche particolarmente incisive e sembra piuttosto obbedire a qualche legge morale o hollywoodiana, che ha poco a che vedere col materiale creativo. Al contrario, il film di Condon segue piuttosto alla lettera il precedente animato, riprendendone il copione, il libretto musicale, le stesse inquadrature. Si può non comprendere fino in fondo la natura di questa scommessa, si può ragionevolmente ipotizzare che la logica sia in tutto commerciale, ma non si può non ammetterne il successo finale. In un momento in cui l'animazione ha preso strade più stratificate e sperimentali, spronata dalla rivoluzione Pixar, anche al più moderno dei classici Disney non nuoce una rinfrescatina, e qui c'è abbastanza entusiasmo per un'intera boccata d'aria fresca.
Fonte: QUI

domenica 4 giugno 2017

47 Metri


Due giovani sorelle - Lisa e Kate - sono in vacanza in una località marina in Messico. La situazione sarebbe ideale per svagarsi alla grande, ma Lisa è turbata per essere stata lasciata dal suo fidanzato. Così Kate, la più disinvolta delle due, cerca di farla divertire portandola fuori di notte a spassarsela. Due giovani messicani propongono alle ragazze di provare lo sballo di un'immersione in una gabbia in un luogo infestato da squali: totalmente sicuro, totalmente avvincente. Lisa, preoccupata, è titubante, ma dato che è stata lasciata dal fidanzato proprio perché ritenuta noiosa, decide, spinta dalla sorella, di tentare la botta di vita. Quando vede la vecchia gabbia arrugginita del "capitano" Taylor, Lisa è di nuovo colta da dubbi, ma Kate è risoluta: l'avventura va vissuta. In mare aperto vengono gettate le esche per attirare gli squali che subito arrivano. Poi le ragazze si calano in mare dentro la gabbia per potersi godere la vista degli squali al sicuro della loro protezione. Ma per un problema tecnico la gabbia precipita a 47 metri di profondità e le ragazze si trovano nei guai con poca aria e troppi squali.
I pescecani sono un perfetto emblema del terrore sin dai tempi de Lo squalo (e anche da prima). Silenziosi e famelici, rappresentano, nei film, una minaccia contro la quale è difficile difendersi. Per questo motivo, i film con gli squali sono diventati un nutrito sottogenere, tendenzialmente piuttosto ripetitivo. Vi sono però delle varianti, talvolta.
47 metri appartiene a esse, mettendo in scena una situazione che presenta analogie con altri squalo-movies atipici come Open Water e Paradise Beach - Dentro l'incubo, ma con sufficiente originalità nello spunto. 
L'inglese Johannes Roberts è uno specialista dell'horror, pur non avendo un pedigree di particolare brillantezza: qui maneggia con abilità una situazione interessante, da claustrofobia in spazio aperto, in un tour de force registico nel quale trova tempi e modi adeguati per produrre momenti di tensione e spavento senza però mai mettere in secondo piano l'aspetto umano, che ci porta a temere per la sorte delle due protagoniste alle prese con qualcosa di più grande di loro. La tensione viene mantenuta piuttosto alta e convincente: talvolta il film traccheggia per la poca sostanza narrativa (è soprattutto un film di situazione), ma riesce a rendere con efficacia la solitudine e la disperazione delle ragazze di fronte a una natura ostile per la quale sono solo cibo per squali.
Pur senza essere particolarmente sottile nella descrizione delle psicologie, inoltre, il film è capace anche di fornire un ritratto convincente del legame che unisce le due sorelle, diverse nel carattere, ma solidali e profondamente affezionate. E l'incertezza in cui versano, insicure sullo stato delle cose in superficie (sono state abbandonate o qualcuno le cerca?), aggiunge ulteriori elementi di suspense. Certo l'elenco delle cose che vanno storte è un po' troppo lungo e ciò detrae un po' di credibilità dalla vicenda, ma nell'insieme il film è molto realistico, avvincente, teso e dotato anche di un buon colpo di scena finale che chiude in modo adeguato la storia. Buona la prova del cast con Mandy Moore e Claire Holt in buona evidenza e la simpatica partecipazione di una vecchia volpe del cinema hollywoodiano come Matthew Modine - lontano dai fasti di Full Metal Jacket, ma ancora in gamba - nei panni di un lupo di mare dall'attrezzatura un po' troppo corrosa dalla salsedine.
Fonte: QUI