domenica 18 giugno 2017

LA BELLA E LA BESTIA


Ventisei anni dopo il film d'animazione che per primo sfondò la barriera della nomination all'Oscar come Miglior Film, la Disney torna su quei luoghi incantanti: il villaggio francese di Belle e il castello stregato della Bestia, dove un orologio, un candelabro, una teiera e la sua tazzina, il piccolo Chicco, trascorrono l'esistenza prede di un sortilegio, sperando che non cada anzitempo l'ultimo petalo di una rosa o non torneranno mai più umani.
Il film di Bill Condon arriva evidentemente sull'onda degli altri remake in live action dei classici Disney, ma sceglie una strada differente rispetto, per esempio, alla revisione di Cenerentola firmata da Kenneth Branagh.
Il nuovo La bella e la bestia non reinventa quasi nulla, e laddove lo fa, nel prologo settecentesco, nell'introduzione di un paio di personaggi e di alcuni interpreti di colore, non opera modifiche particolarmente incisive e sembra piuttosto obbedire a qualche legge morale o hollywoodiana, che ha poco a che vedere col materiale creativo. Al contrario, il film di Condon segue piuttosto alla lettera il precedente animato, riprendendone il copione, il libretto musicale, le stesse inquadrature. Si può non comprendere fino in fondo la natura di questa scommessa, si può ragionevolmente ipotizzare che la logica sia in tutto commerciale, ma non si può non ammetterne il successo finale. In un momento in cui l'animazione ha preso strade più stratificate e sperimentali, spronata dalla rivoluzione Pixar, anche al più moderno dei classici Disney non nuoce una rinfrescatina, e qui c'è abbastanza entusiasmo per un'intera boccata d'aria fresca.
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domenica 4 giugno 2017

47 Metri


Due giovani sorelle - Lisa e Kate - sono in vacanza in una località marina in Messico. La situazione sarebbe ideale per svagarsi alla grande, ma Lisa è turbata per essere stata lasciata dal suo fidanzato. Così Kate, la più disinvolta delle due, cerca di farla divertire portandola fuori di notte a spassarsela. Due giovani messicani propongono alle ragazze di provare lo sballo di un'immersione in una gabbia in un luogo infestato da squali: totalmente sicuro, totalmente avvincente. Lisa, preoccupata, è titubante, ma dato che è stata lasciata dal fidanzato proprio perché ritenuta noiosa, decide, spinta dalla sorella, di tentare la botta di vita. Quando vede la vecchia gabbia arrugginita del "capitano" Taylor, Lisa è di nuovo colta da dubbi, ma Kate è risoluta: l'avventura va vissuta. In mare aperto vengono gettate le esche per attirare gli squali che subito arrivano. Poi le ragazze si calano in mare dentro la gabbia per potersi godere la vista degli squali al sicuro della loro protezione. Ma per un problema tecnico la gabbia precipita a 47 metri di profondità e le ragazze si trovano nei guai con poca aria e troppi squali.
I pescecani sono un perfetto emblema del terrore sin dai tempi de Lo squalo (e anche da prima). Silenziosi e famelici, rappresentano, nei film, una minaccia contro la quale è difficile difendersi. Per questo motivo, i film con gli squali sono diventati un nutrito sottogenere, tendenzialmente piuttosto ripetitivo. Vi sono però delle varianti, talvolta.
47 metri appartiene a esse, mettendo in scena una situazione che presenta analogie con altri squalo-movies atipici come Open Water e Paradise Beach - Dentro l'incubo, ma con sufficiente originalità nello spunto. 
L'inglese Johannes Roberts è uno specialista dell'horror, pur non avendo un pedigree di particolare brillantezza: qui maneggia con abilità una situazione interessante, da claustrofobia in spazio aperto, in un tour de force registico nel quale trova tempi e modi adeguati per produrre momenti di tensione e spavento senza però mai mettere in secondo piano l'aspetto umano, che ci porta a temere per la sorte delle due protagoniste alle prese con qualcosa di più grande di loro. La tensione viene mantenuta piuttosto alta e convincente: talvolta il film traccheggia per la poca sostanza narrativa (è soprattutto un film di situazione), ma riesce a rendere con efficacia la solitudine e la disperazione delle ragazze di fronte a una natura ostile per la quale sono solo cibo per squali.
Pur senza essere particolarmente sottile nella descrizione delle psicologie, inoltre, il film è capace anche di fornire un ritratto convincente del legame che unisce le due sorelle, diverse nel carattere, ma solidali e profondamente affezionate. E l'incertezza in cui versano, insicure sullo stato delle cose in superficie (sono state abbandonate o qualcuno le cerca?), aggiunge ulteriori elementi di suspense. Certo l'elenco delle cose che vanno storte è un po' troppo lungo e ciò detrae un po' di credibilità dalla vicenda, ma nell'insieme il film è molto realistico, avvincente, teso e dotato anche di un buon colpo di scena finale che chiude in modo adeguato la storia. Buona la prova del cast con Mandy Moore e Claire Holt in buona evidenza e la simpatica partecipazione di una vecchia volpe del cinema hollywoodiano come Matthew Modine - lontano dai fasti di Full Metal Jacket, ma ancora in gamba - nei panni di un lupo di mare dall'attrezzatura un po' troppo corrosa dalla salsedine.
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martedì 30 maggio 2017

Cuori Puri


Agnese compie i diciotto anni mentre vive con una madre molto devota e frequenta la parrocchia locale dove sta per compiere una promessa di castità fino al giorno delle nozze. Stefano ha venticinque anni, un passato difficile e un presente in cui deve cercare di conservare l'incarico di custode di un parcheggio che confina con un campo rom. La sua famiglia sta per essere sfrattata e ha bisogno del suo aiuto. Il loro incontro farà nascere un sentimento speciale che implica delle scelte importanti, in particolare per Agnese.
Era da tempo che non compariva sugli schermi un'opera prima così intensa e così carica di un realismo che si fa cinema ad ogni inquadratura.
A partire dall'inseguimento iniziale: una corsa in cui Stefano, addetto al controllo in un centro commerciale, insegue Agnese che ha rubato un cellulare di scarso valore. È il loro primo incontro ma non è l'inizio di un idillio. È solo il prologo di un percorso irto di ostacoli. Perché il microcosmo che li circonda non è loro di aiuto. De Paolis si libera da tutti i presunti doveri del politically correct, quelli per intendersi, che fanno gridare allo scandalo gli ipocriti che vorrebbero dipingere la realtà così come non è. In questo film i rom non sono tutti buoni così come gli sfrattati non sono solo vittime e le buone intenzioni non necessariamente conducono a quella Verità che potrebbe farci liberi. 

Agnese è chiusa in una gabbia che non ha pareti ma che, grazie a una madre ossessionata da una religiosità pervasiva, la rinchiude apparentemente senza via di scampo. Questo senza che ci sia la necessità di rappresentare l'ambito parrocchiale come un luogo retrogrado e conservatore. Don Luca è un sacerdote che crede sinceramente a ciò che propone ai ragazzi, ne conosce le difficoltà in senso generale ma non entra mai in una dinamica di comprensione del singolo se non per una reprimenda sul furto.
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martedì 9 maggio 2017

La battaglia di Hacksaw Ridge



Nel nome del Padre, del Figlio e del globulo rosso. La retorica scorre a fiumi, di sangue. La Bibbia è brandita come un’arma, che di questi tempi… Eppure, il ritorno alla regia di Mel Gibson, Hacksaw Ridge, convince, e non poco. Le scene di battaglia, Okinawa, fronte del Pacifico, secondo conflitto mondiale, sono le migliori, e di gran lunga, girate da anni a questa parte: instant cult quella con Luke Bracey che per difendersi dal fuoco nemico si fa scudo di un commilitone ridotto a tronco umano e va all’assalto dei giapponesi.

Statene pur certi, ne risentiremo parlare agli Oscar e compagnia dorata, a partire dalla prova di Andrew Garfield, che smette la calzamaglia di Spider-Man ma non i superpoteri: “Buon Dio fammene trovare ancora uno”, e così il suo Desmond Doss salvò 75 uomini senza sparare un solo colpo. Avventista, fermamente convinto che la guerra fosse una scelta giustificata, ma che uccidere fosse sbagliato, combatté in prima linea senza imbracciare arma: fu il primo obiettore di coscienza insignito della Medaglia d’Onore del Congresso, la più alta onorificenza militare americana.

Nel cast Teresa Palmer, Vince Vaughn, Hugo Weaving, La battaglia di Hacksaw Ridge ibrida e loda patria e famiglia (il padre vet e ubriacone Weaving è super), guerra e amore (Palmer, graziosa), fede e spada, plasma e piastrine. Ovvio, Gibson non arretra mai la macchina da presa, la getta oltre l’ostacolo e dentro le budella, perché osceno e fuori scena per lui non sono sinonimi ma contrari. Ma, va detto, tirando queste sassate allo stomaco nemmeno toglie la mano: ci crede, non è un ipocrita, ma un estremista, è già qualcosa.

Crede, sì, in Dio, patria ed emoglobina. E coerentemente agisce: lancia in resta, scova e celebra questo guerriero senza pistola, che non fece vittime ma salvati tra i suoi commilitoni, gli stessi che avevan fatto di tutto per negargli la possibilità di servire il Paese come voleva, ovvero senza colpo ferire. Già, Desmond Doss è il Salvatore, di una nuova Passion(e).

Poco importa (dell’ideologia), lo spettacolo c’è, e le coreografie belliche valgono, da sole, il prezzo del biglietto. Piuttosto, per espiare i suoi tanti peccati, Gibson dovrebbe girare uno spot a gratis per l’Avis. Di sangue ne sa a pacchi: anziché sprecarlo, aiuti a donarlo.

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giovedì 27 aprile 2017

Billy Lynn – Un giorno da eroe




“Da quando ho realizzato La vita di Pi, ho capito che nel fare un film in 3D non basta aggiungere solo una dimensione, ma è necessaria una risoluzione che è possibile ottenere solo con un frame-rate molto più alto rispetto a quelli abituali. Il nostro modo di guardare le cose può diventare allora molto più profondo. Penso che il futuro sia davvero emozionante”.

Le parole di Ang Lee nell’introdurre la sua nuova fatica – tratta dal libro di Ben Fountain (È il tuo giorno, Billy Lynn!, minimumfax) – si scontrano, purtroppo, con la resa effettiva che il suo film avrà nelle sale italiane (ma anche negli altri paesi non sarà facile vederlo nella sua forma nativa).

Sì, perché quello che ci arriva è nulla più che un semplice, ennesimo film sul ritorno in patria di un soldato USA di stanza in Iraq celebrato come eroe, costretto a vivere un’esperienza tra il surreale e il grottesco durante l’intervallo di una partita NFL del Giorno del Ringraziamento. Nelle intenzioni di Ang Lee, invece, quella contrapposizione tra realtà e allucinazioni, tra sparatorie polverose e bombardamenti mediatici, andava risolta attraverso un’esperienza talmente immersiva da superare gli abituali concetti di fruizione: 120 fotogrammi al secondo, in 3D. Un film, per questo, ad oggi ingiudicabile. Ma, di sicuro, precursore di un nuovo modo di concepire la visione.

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domenica 16 aprile 2017

A United Kingdom




Donna bianca, uomo nero. Scriverlo così sembra oggi, almeno per una parte del mondo, una sola questione di colore della pelle, sancita ormai l’uguaglianza delle razze, i loro diritti: alla vita, alla giustizia, alla tutela della persona. L’apartheid è stato sconfitto in Sudafrica, eppure la resistenza contro questa vergogna altrove persiste. Ma siamo nel 1947, nella civilissima democrazia anglosassone, e interessi economici nonché intrallazzi politici possono imporsi sull’amore vero, profondo, che si dichiara.

A United Kingdom – L’amore che ha cambiato la storia, torna a un episodio clamoroso di quegli anni appena affrancati da una guerra e pronti a combattere con altre armi e su altri fronti.  Se ne era quasi persa la memoria, almeno per chi non ha vissuto quei fatti attraverso le pagine dei giornali e il clamore suscitato. Portarlo sugli schermi è stato l’impegno encomiabile di Amma Asante. Si è imbattuta, affascinata, nella figura di Saretse Khama, studente di legge a Londra, pronto ad ereditare la corona e il trono del Bechuanaland – uno dei paesi allora considerati tra i più poveri del mondo, che diventerà nel 1966 l’attuale Botswana -, porzione arida di terra, ma ricchissima di diamanti, nell’Africa del Sud.

In un pub londinese, il regale giovanotto – interpretato da David Oyelowo – si imbatte nella semplice Ruth Williams – Rosamund Pike – , innamorandosene perdutamente, ricambiato. Una scelta del tutto naturale sposarsi, per i due, secondo le regole del cuore e della civiltà. Del tutto intollerabile, ipocritamente sconveniente, sia per il Parlamento inglese e gli interessi dell’Impero che cinicamente rappresenta, sia per i capi delle tribù laggiù, nel Paese africano. Un re nero, appunto, che tenta di affrancarsi dal guinzaglio britannico e una regina bianca che cerca di convivere con le tradizioni e farsi accettare da chi la rifiuta, perché il razzismo ha sempre una doppia faccia. Mentre il Sudafrica minaccia una invasione e il Regno Unito di stringere il cappio, cancellando del tutto quella parvenza di indipendenza, che allora si chiamava “protettorato”. Mentre l’opinione pubblica reagisce, spaccata. Lui può diventare re dopo aver tradito così il suo Paese, lei può condividerne le speranze di indipendenza quando per il suo colore rappresenta il nemico, l’altra pericolosa metà del mondo?

I fatti diedero ragione a loro, torto a tutti gli altri. La fermezza morale di Seretse nel dichiarare l’amore per il suo Paese e per la sua donna, nonostante un esilio a vita,  gli valse il riconoscimento il rispetto sia dei britannici sia della sua gente, compreso uno zio col quale si riconcilierà. Tornato e incoronato portò la democrazia, venne eletto Presidente, ebbe figli, diffuse la modernità estraniandosi da quanto succedeva attorno negli Stati ai confini.

Dopo aver letto Colour Ban di Susan Williams, sei anni ha dedicato al film Amma Asante – figlia di immigrati ghanesi, si definisce una “Britannica Nera, dunque con più di una motivazione umana, e non solo artistica, per dedicarsi a questo soggetto -, ottenendo la possibilità di girare anche nel Parlamento inglese, oltre che nei luoghi africani dove realmente i fatti accaddero, i villaggi di Serowe e Palpaye. Luoghi che fanno parte della sua identità, oltre ad esserle assai cari.

Il film assume la duplice prospettiva “dell’altro”: Seretse è un estraneo tra le nebbiose strade di Londra, Ruth è una estranea sui sentieri di sabbia del Bechuana. Ma entrambi lottano per ciò in cui credono: il loro amore, un diverso futuro nelle relazioni tra i popoli e nel loro governo. Ci si domanda se poi tutta questa bontà, generosità e ottimismo abbiano portato ad un cambiamento nella gestione delle cose del mondo. L’Impero non c’è più, Mandela è un eroe, Seretse e Ruth pure. Ma l’uomo non è cambiato, sebbene i molti sforzi, tentati da pochi, per farlo.

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venerdì 7 aprile 2017

Life, Animated



Diretto concorrente di Fuocoammare ai prossimi Oscar, naturalmente nella categoria documentari, Life, animated di Roger Ross Williams racconta la storia vera di Owen Suskind, giovane statunitense affetto sin dall’età di tre anni da disturbi dell’apprendimento, successivamente classificati come una forma di autismo. Condannato dalle diagnosi a una totale incomunicabilità con il mondo circostante, Owen scopre pian piano, tramite la visione dei film classici d’animazione della Disney, un modo per entrare in relazione con la realtà. Peter Pan, Aladdin, la Sirenetta e il loro coloratissimo universo divengono, agli occhi del piccolo, la chiave per entrare nel mondo, gli strumenti attraverso cui decifrare le proprie emozioni e tornare a comunicare con la propria famiglia. Vivendo in prima persona i sentimenti, le azioni, le battute di personaggi di finzione, Owen e altri giovani affetti da simili disturbi dell’apprendimento riescono, ciascuno a suo modo, a superare l’isolamento di una realtà che sembra opprimere anche i normodotati con il suo brulicare inconcepibile di stimoli.

Più pertinente alla variante del documentario televisivo, con tanto d’interviste, che al documentario d’arte o cinema del reale che dir si voglia (Fuocoammare docet), l’opera del regista americano possiede, nonostante tutto, l’ammirevole solidità del romanzo di formazione e la leggerezza di approccio, e di ritmo, dei classici Disney che tanta parte rivestono nella vita e nella storia di Owen. Efficaci infine, benché minimali, le sequenze animate che s’innestano in alcuni momenti topici per accompagnare il mondo interiore del protagonista.

Di riflesso, un omaggio sommesso ma non per questo meno coinvolto, al cinema di animazione o, meglio, al cinema tout court. A ennesima riconferma, se ce ne fosse ancora bisogno, di come anche il cinema e l’arte, qualche volta, riescano a cambiare la vita. Quella di una singola esistenza, almeno. Ne sia testimone l’augurio espresso nel finale dai genitori di un Owen ormai adulto, augurio che è poi quello di ogni genitore, e cioè che i propri figli possano crescere indipendenti, anche quando rimarranno soli, e invecchiare serenamente.

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