lunedì 6 marzo 2017
Un re allo sbando
In concorso nella sezione Orizzonti alla 73. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Un Re allo sbando dei cineasti belgi Peter Brosen e Jessica Woodworth è un road movie intelligente, capace di mescolare al suo interno comicità, politica internazionale, dramma, scambio interculturale e religioso.
Il regista inglese Duncan Lloyd, incaricato dal Palazzo di ravvivare l’alquanto ingrigita immagine della monarchia, parte per una visita di Stato a Istanbul assieme a Re Nicolas III e al suo staff. Durante il soggiorno del re in Turchia, la Vallonia, la parte meridionale del Belgio, dichiara l’indipendenza. Il re deve immediatamente rientrare, ma un’improvvisa tempesta solare mette fuori uso le comunicazioni e il traffico aereo. Così Nicolas III, grazie a un folle piano ideato da Lloyd, riesce a eludere la sicurezza turca e a varcare il confine via terra. Ha così inizio un improvvisato viaggio attraverso i Balcani carico d’imprevisti, incontri inaspettati e momenti di pura euforia, che rappresentano una straordinaria occasione di rinascita e libertà per il re.
Quanto emerge da questo falso documentario è l’anima inquieta, consapevole di ricoprire un ruolo a lui non adatto, di un uomo introverso, timido e insicuro che si trova a dover affrontare una crisi di vaste proporzioni nel suo Paese, il Belgio. Ciò che i registi mirano a porre in evidenza sono pregi e difetti della loro nazione, il tutto attraverso la più alta carica politica e quindi rappresentativa del Paese. Più che una fuga verso casa, quella intrapresa dal re belga si presenta come un viaggio all’interno della propria individualità, un Tu per Tu avvenuto per caso ma che l’inconscio del Re reclamava da tempo. Assistiamo a un sovrano costretto a travestirsi e fingere di essere donna per scampare alle autorità, apprezzare la semplice cucina bulgara e mangiare kebab, muoversi con mezzi pubblici, prendere parte a una ricorrenza in un piccolo paese e improvvisarsi giornalista e conduttore televisivo. Conoscerà l’umiltà della povera gente, sarà toccato profondamente dall’ospitalità delle persone comuni, che pur non (ri)conoscendolo, lo accolgono e lo aiutano. Un vero e proprio viaggio spirituale che muterà, prima ancora che il re, l’uomo che si cela dietro la corona.
Una commedia divertente e al contempo profonda, come non se ne vedevano da tempo. Un road movie originale e toccante, realizzato con pochi mezzi e bravi attori che ancora una volta fa balzare agli onori di cronaca la coppia Brosen-Woodworth.
Fonte: QUI
lunedì 27 febbraio 2017
The Dinner
Dei romanzi europei contemporanei, La cena di Herman Koch è uno dei più rappresentati. The Dinner di Oren Moverman è la 3° versione cinematografica (dopo quella olandese e quella italiana di Ivano De Matteo, I nostri ragazzi) e arriva in concorso al festival di Berlino anche in virtù di un ricco cast capitanato da Richard Gere: ma anche perché è il più interessante dei film finora visti alla Berlinale.
La trama vede due fratelli (uno candidato alla carica di governatore, l’altro insegnante instabile) e le loro mogli radunati per una cena importante: si deve discutere di un evento drammatico che può cambiare la loro vita e quella dei loro figli. Quale sia questo evento e quali siano le dinamiche familiari in gioco la sceneggiatura (dello stesso regista) lo rivela attraverso flashback che si incastrano gli uni agli altri rendendo The Dinner un dramma familiare, sociologico e psicologico di una certa complessità, soprattutto grazie al lavoro di Moverman.
Il regista infatti, partendo da un bersaglio satirico un po’ facile come l’alta borghesia, la politica, i ristoranti di lusso e la loro retorica (il filo conduttore è quello di un maitre che presenta in modo molto affettato le portate), decide di lavorare più che sul racconto e sul dialogo – ferrei perché fedeli al romanzo – sull’immagine, sulla materia audiovisiva che compone il film, sui colori, le alterazioni e i diversi filtri, sul sound design rigoroso fatto di parole che s’intrecciano e suoni che interrompono il flusso, sulle inquadrature e i tempi spiazzanti (come l’uso ripetuto dello zoom che ridefinisce di continuo lo spazio dei personaggi).
Con un approccio quasi altmaniano, Moverman riesce a rendere in senso estetico il disagio e il malessere dei personaggi, avvicinandosi in modo intelligente agli eccessi, sia di stile che di racconto e anche se non mancano i fronzoli e le slabbrature, i passaggi a vuoto, il regista li usa per scavare nello spettatore, per lasciarlo dubbioso, per permettere al film di diventare realmente un discorso morale proprio evitando di imporre il proprio punto di vista. Moverman – più accredito come sceneggiatore che come regista – continua a comporre una propria poetica: di questa, The Dinner è uno dei risultati migliori.
Fonte:QUI
lunedì 20 febbraio 2017
Incarnate – Non potrai nasconderti
Oltre quarant’anni trascorsi, eppure la pellicola per eccellenza con protagonista il Principe delle Tenebre non smette di influenzare produzioni appartenenti al sottogenere satanic movie. Il titolo in questione è The Exorcist di Friedkin, recentemente adattato per il piccolo schermo con l’omonima e fortunata serie TV, e a omaggiare ancora una volta il lavoro tratto dal romanzo di William Peter Blatty è Jason Blum con Incarnate, diretto da Brad Peyton e con protagonisti Aaron Eckhart (Dr. Seth Ember), Carice Van Houten (Lindsay Sparrow) e David Mazouz (Cameron Sparrow).
Seth Ember è uno scienziato dotato della rara capacità di esorcizzare le menti delle persone possedute. Quando gli viene affidato il caso di un adolescente particolarmente tormentato, rimane sconvolto nello scoprire che dentro di lui si annida lo stesso spirito maligno responsabile della morte dei suoi affetti più cari: sua moglie e suo figlio. Il Dott. Ember farà di tutto per salvare la vita del giovane ragazzo e distruggere il demone prima che il mondo interno venga messo in pericolo dalla sua ferocia. Riuscirci significherebbe inoltre redimersi e iniziare finalmente a vivere una nuova vita.
Come nel capostipite, Incarnate non rinuncia all’elemento traumatico, nonché portante, vero e proprio tormento del protagonista sotto forma demoniaca. Ma se nel film di Friedkin a “possedere” Karras è il senso di colpa per l’abbandono dell’anziana madre, nel recente (quanto superfluo) Incarnate a perseguitare il dr. Ember è la scomparsa, per incidente stradale (quando l’originalità è tutto!!) di moglie e figlio, non a caso riflessi nelle figure di Lindsay Sparrow e del figlio Cameron, che soccorrerà.
Il copione di Ronnie Christensen tenta una sterzata nella speranza di apportare qualcosa di originale, ma l’operazione non riesce e se i rimandi a Friedkin sembrano pian piano venir meno per poi ricomparire clamorosamente sul finale (il sacrificio di Ember ricorrendo alla defenestrazione per uccidere l’entità), confermando quanto sinora affermato, ecco cedere il passo a Insidious e al discreto Deliver us from evil di Derrickson. Se la saga diretta da Wan è palesemente citata nei viaggi onirici del protagonista nella mente dei posseduti, dove è più semplice “sfrattare” l’entità, il titolo di Derrickson lo si ritrova facilmente nella costruzione dei personaggi, tanto poco convenzionali quanto stereotipati (un non credente dedito a escorcismi, una coppia di metallari, un padre violento, un uomo tormentato dal passato…).
Le poche novità, che poi tanto nuove non sono, consistono nell’assenza di un demone specifico o già evocato, nel protagonista privo di abito clericale e nell’utilizzo del termine “sfratto” anziché “esorcismo”. Che il film diretto da Peyton abbia voluto concentrarsi più sul subconscio, rendendo complessi i veri demoni, è un elemento apprezzabile, ma che non lascia gridare al miracolo in quanto esperimento già testato. Gli effetti speciali e visivi, pochi, ripetuti e per niente d’impatto, servono a poco e il cast tecnico non sembra sforzarsi minimamente. Insomma, Incarnate merita uno sfratto!
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lunedì 13 febbraio 2017
Django
È un film sul nazismo Django, prima che una biografia di Django Reinhardt. Étienne Comar apre il 67° festival di Berlino con un film che prende una vita celebre, quella del più grande chitarrista jazz e uno dei maggiori musicisti di ogni tempo, e la tramuta nel racconto di un altro olocausto, quello del popolo gitano.
Il film racconta infatti il rapporto di Reinhardt con il nazismo, quando rifiutandosi di eseguire un concerto per lo stato maggiore del Reich con Goebbels in prima fila, fu costretto alla fuga con la famiglia: e qui tornarono in primo piano le origini zingare del musicista e la sofferenza del suo popolo durante il dominio di Hitler. Scritto dal regista con Alexis Salatko, Django non è quindi un biopic, ma parte da una porzione della biografia di Reinhardt per realizzare un dramma storico di sentimenti esemplari e urgenze civili e politiche che sembrano dover tornare d’attualità tra trumpismi e varie voglie di muri.
Nonostante questa scelta narrativa, Django nella prima parte sa dipingere un interessante ritratto d’artista, indeciso tra collaborazionismo e ribellione più per egoismo e convenienza che per convinzione politica, in cui prima che il rispetto per la razza umana viene il rispetto per la musica e per ciò che comporta, come dar da mangiare a sé stessi e alla famiglia. Ovviamente la “riconversione” del film porta Comar a rendere queste asperità funzionali al crescendo emotivo fatto di speranze di fuga e tradimenti, ma la chiusura di nuovo sulla musica (il Requiem finale, composto per i fratelli gitani e la cui partitura andò perduta) fa in qualche modo da quadratura del cerchio.
Un film medio, ben fatto, convenzionale e doveroso, con più di una caduta di tono e qualche momento felice, che più che sulle spalle del regista o del bravo protagonista Reda Kateb sembra reggersi su quelle delle sue protagoniste femminili: Cécile De France – l’amante doppiogiochista – e la rivelazione Palya Bea, cantante folk ungherese e qui perfetta nel ruolo della moglie di Reinhardt. I poli femminili da cui passano perdizione e redenzione. Idea forse antiquata, ma ancestrale e per questo efficace.
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giovedì 26 gennaio 2017
On Body and Soul
Due cervi si guardano nel ghiaccio, a distanza, si avvicinano con cautela, quasi si sfiorano e poi scappano. Nell’incipit di On Body and Soul, in cui l’ungherese Ildikò Enyedi (Simon magus) torna al lungometraggio dopo quasi 18 anni, c’è chiuso il racconto e l’andamento del film, le atmosfere e i sentimenti con una precisione quasi programmatica o didascalica.
In concorso a Berlino 2017, il film racconta della curiosa storia d’amore tra Endre, il direttore di un mattatoio con un braccio paralizzato, e Maria, nuova ispettrice del controllo qualità la cui menomazione è affettiva. I difficili tentativi di avvicinamento si sbloccheranno quando scoprono di fare lo stesso sogno, in cui sono due cervi che vivono nel bosco ghiacciato. Tutto giocata su metafore e allegorie evidenti fin dalla prima scena (l’utilizzo degli animali, degli oggetti, delle disfunzioni psichiche e fisiche: tutto ridonda e sottolinea il cuore del film), la sceneggiatura della stessa Enyedi compone un quadro curioso, in cui la commedia sentimentale diviene bizzarra e straniante ricognizione psicologica ed esistenziale.
Al fondo di On Body and Soul ci sarebbe “soltanto” il corteggiamento di due animali solitari che sfidano le loro remore (non solo l’anaffettività compulsiva di Maria, anche la pace dei sensi di Endre) per avvicinarsi, per tornare a vivere possibilmente insieme: è il lavoro che Enyedi fa attorno ai personaggi che porta il film un passo oltre, l’utilizzo di inquadrature perfette dentro cui sbozzare le imprecisioni dei sentimenti, una messinscena sapiente e ironica che supera gli schematismi e le programmaticità dello script.
Un film bizzarramente normale, sempre a rischio di stufare lo spettatore con le stranezze dei suoi personaggi, sempre sul sottile limite della macchietta e dell’umorismo non calibrato, ma che si fa apprezzare per l’occhio attento, per la distanza giusta dalle situazioni, per il calibro con cui leviga le interpretazioni di Alexandra Borbély e Geza Morcsany e sa gestire i momenti più a rischio. Un buon ritorno.
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martedì 17 gennaio 2017
Bye Bye Germany
La truffa, la mascherata, la menzogna come vendetta ma soprattutto come metodo di sopravvivenza che risale a secoli addietro: Sam Garbarski racconta a suo modo le radici del popolo ebraico con Bye Bye Germany, presentato al festival di Berlino nella sezione Special Gala, e tra i film tedeschi più attesi in patria di questo inizio di 2017.
Facile capire il perché: Garbarski racconta di cosa successe agli ebrei di Francoforte subito dopo la fine della 2° guerra mondiale attraverso le gesta di David, un mercante, e dei suoi amici che in attesa della licenza statunitense per lasciare la Germania progettano una serie di truffe ai danni dei tedeschi che hanno partecipato alla guerra coi nazisti. Ma la licenza di David tarda ad arrivare: il perché sta in un segreto che si porta dietro dai campi di concentramento. L’interessante sceneggiatura di Michel Bergmann punta alla commedia drammatico, alla rilettura più leggera e mainstream del dramma del popolo ebraico, mescolando leggerezza e pathos.
Sulla carta a Bye Bye Germany non manca nulla: una storia avvincente che a un certo punto si sdoppia tra passato e presente, una struttura efficace in cui i flashback vengono gestiti con sapienza, un personaggio a tutto tondo come quello principale attraverso cui far emergere le riflessioni sulla menzogna e il travestimento, sul senso dello spettacolo e del racconto, sul collaborazionismo come ferita aperta di un popolo ma anche sulla sua elaborazione. Ma Garbarski non riesce a gestire i toni e i registri del film, gli manca innanzitutto l’umorismo e la leggerezza per giocare con la commedia su un terreno così scivoloso. E così facendo, il contrasto col lato drammatico del film si perde e il pathos sembra fuori luogo.
Un canto decisamente stonato a cui una confezione da prima serata televisiva (ricostruzione storica elementare, musiche di piatta banalità) chiude ogni possibilità di riuscita e che nemmeno la buona volontà degli attori, in primis Moritz Bleibtreu, che soffre delle incertezze di Garbarski e spesso sembra fuori parte. Un tentativo coraggioso, certo, ma anche un passo molto più lungo della gamba.
Fonte: QUI
mercoledì 4 gennaio 2017
Parola di Dio
Alle ragazze non dovrebbe essere concesso di partecipare alle lezioni di nuoto in bikini. Insegnare educazione sessuale a scuola è sbagliato. L'evoluzionismo è una teoria non provata e dovrebbe essere affiancata al creazionismo. Sono queste e altre le osservazioni che il giovane protagonista in piena crisi mistica, muove a chi gli sta intorno, citando a memoria i passi più cruenti della Bibbia e tentando di imporre anche ai suoi compagni di scuola la sua ortodossia estrema. L'unica voce che gli si contrappone è quella di Elena, giovane professoressa di biologia cresciuta alla scuola della scienza e del razionalismo. Ma come si può rispondere con la sola Ragione a chi nutre una Fede cieca?
DATA USCITA: 27 ottobre 2016
GENERE: Drammatico
ANNO: 2016
REGIA: Kirill Serebrennikov
ATTORI: Viktoriya Isakova, Yuliya Aug, Pyotr Skvortsov
SCENEGGIATURA: Kirill Serebrennikov
PRODUZIONE: Hype Film
DISTRIBUZIONE: I Wonder Pictures
PAESE: Russia
DURATA: 118 Min
Fonte:Clicca Qui
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