lunedì 13 febbraio 2017

Django



È un film sul nazismo Django, prima che una biografia di Django Reinhardt. Étienne Comar apre il 67° festival di Berlino con un film che prende una vita celebre, quella del più grande chitarrista jazz e uno dei maggiori musicisti di ogni tempo, e la tramuta nel racconto di un altro olocausto, quello del popolo gitano.

Il film racconta infatti il rapporto di Reinhardt con il nazismo, quando rifiutandosi di eseguire un concerto per lo stato maggiore del Reich con Goebbels in prima fila, fu costretto alla fuga con la famiglia: e qui tornarono in primo piano le origini zingare del musicista e la sofferenza del suo popolo durante il dominio di Hitler. Scritto dal regista con Alexis Salatko, Django non è quindi un biopic, ma parte da una porzione della biografia di Reinhardt per realizzare un dramma storico di sentimenti esemplari e urgenze civili e politiche che sembrano dover tornare d’attualità tra trumpismi e varie voglie di muri.

Nonostante questa scelta narrativa, Django nella prima parte sa dipingere un interessante ritratto d’artista, indeciso tra collaborazionismo e ribellione più per egoismo e convenienza che per convinzione politica, in cui prima che il rispetto per la razza umana viene il rispetto per la musica e per ciò che comporta, come dar da mangiare a sé stessi e alla famiglia. Ovviamente la “riconversione” del film porta Comar a rendere queste asperità funzionali al crescendo emotivo fatto di speranze di fuga e tradimenti, ma la chiusura di nuovo sulla musica (il Requiem finale, composto per i fratelli gitani e la cui partitura andò perduta) fa in qualche modo da quadratura del cerchio.

Un film medio, ben fatto, convenzionale e doveroso, con più di una caduta di tono e qualche momento felice, che più che sulle spalle del regista o del bravo protagonista Reda Kateb sembra reggersi su quelle delle sue protagoniste femminili: Cécile De France – l’amante doppiogiochista – e  la rivelazione Palya Bea, cantante folk ungherese e qui perfetta nel ruolo della moglie di Reinhardt. I poli femminili da cui passano perdizione e redenzione. Idea forse antiquata, ma ancestrale e per questo efficace.

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giovedì 26 gennaio 2017

On Body and Soul




Due cervi si guardano nel ghiaccio, a distanza, si avvicinano con cautela, quasi si sfiorano e poi scappano. Nell’incipit di On Body and Soul, in cui l’ungherese Ildikò Enyedi (Simon magus) torna al lungometraggio dopo quasi 18 anni, c’è chiuso il racconto e l’andamento del film, le atmosfere e i sentimenti con una precisione quasi programmatica o didascalica.

In concorso a Berlino 2017, il film racconta della curiosa storia d’amore tra Endre, il direttore di un mattatoio con un braccio paralizzato, e Maria, nuova ispettrice del controllo qualità la cui menomazione è affettiva. I difficili tentativi di avvicinamento si sbloccheranno quando scoprono di fare lo stesso sogno, in cui sono due cervi che vivono nel bosco ghiacciato. Tutto giocata su metafore e allegorie evidenti fin dalla prima scena (l’utilizzo degli animali, degli oggetti, delle disfunzioni psichiche e fisiche: tutto ridonda e sottolinea il cuore del film), la sceneggiatura della stessa Enyedi compone un quadro curioso, in cui la commedia sentimentale diviene bizzarra e straniante ricognizione psicologica ed esistenziale.

Al fondo di On Body and Soul ci sarebbe “soltanto” il corteggiamento di due animali solitari che sfidano le loro remore (non solo l’anaffettività compulsiva di Maria, anche la pace dei sensi di Endre) per avvicinarsi, per tornare a vivere possibilmente insieme: è il lavoro che Enyedi fa attorno ai personaggi che porta il film un passo oltre, l’utilizzo di inquadrature perfette dentro cui sbozzare le imprecisioni dei sentimenti, una messinscena sapiente e ironica che supera gli schematismi e le programmaticità dello script.

Un film bizzarramente normale, sempre a rischio di stufare lo spettatore con le stranezze dei suoi personaggi, sempre sul sottile limite della macchietta e dell’umorismo non calibrato, ma che si fa apprezzare per l’occhio attento, per la distanza giusta dalle situazioni, per il calibro con cui leviga le interpretazioni di Alexandra Borbély e Geza Morcsany e sa gestire i momenti più a rischio. Un buon ritorno.

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martedì 17 gennaio 2017

Bye Bye Germany



La truffa, la mascherata, la menzogna come vendetta ma soprattutto come metodo di sopravvivenza che risale a secoli addietro: Sam Garbarski racconta a suo modo le radici del popolo ebraico con Bye Bye Germany, presentato al festival di Berlino nella sezione Special Gala, e tra i film tedeschi più attesi in patria di questo inizio di 2017.

Facile capire il perché: Garbarski racconta di cosa successe agli ebrei di Francoforte subito dopo la fine della 2° guerra mondiale attraverso le gesta di David, un mercante, e dei suoi amici che in attesa della licenza statunitense per lasciare la Germania progettano una serie di truffe ai danni dei tedeschi che hanno partecipato alla guerra coi nazisti. Ma la licenza di David tarda ad arrivare: il perché sta in un segreto che si porta dietro dai campi di concentramento. L’interessante sceneggiatura di Michel Bergmann punta alla commedia drammatico, alla rilettura più leggera e mainstream del dramma del popolo ebraico, mescolando leggerezza e pathos.

Sulla carta a Bye Bye Germany non manca nulla: una storia avvincente che a un certo punto si sdoppia tra passato e presente, una struttura efficace in cui i flashback vengono gestiti con sapienza, un personaggio a tutto tondo come quello principale attraverso cui far emergere le riflessioni sulla menzogna e il travestimento, sul senso dello spettacolo e del racconto, sul collaborazionismo come ferita aperta di un popolo ma anche sulla sua elaborazione. Ma Garbarski non riesce a gestire i toni e i registri del film, gli manca innanzitutto l’umorismo e la leggerezza per giocare con la commedia su un terreno così scivoloso. E così facendo, il contrasto col lato drammatico del film si perde e il pathos sembra fuori luogo.

Un canto decisamente stonato a cui una confezione da prima serata televisiva (ricostruzione storica elementare, musiche di piatta banalità) chiude ogni possibilità di riuscita e che nemmeno la buona volontà degli attori, in primis Moritz Bleibtreu, che soffre delle incertezze di Garbarski e spesso sembra fuori parte. Un tentativo coraggioso, certo, ma anche un passo molto più lungo della gamba.

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mercoledì 4 gennaio 2017

Parola di Dio


Alle ragazze non dovrebbe essere concesso di partecipare alle lezioni di nuoto in bikini. Insegnare educazione sessuale a scuola è sbagliato. L'evoluzionismo è una teoria non provata e dovrebbe essere affiancata al creazionismo. Sono queste e altre le osservazioni che il giovane protagonista in piena crisi mistica, muove a chi gli sta intorno, citando a memoria i passi più cruenti della Bibbia e tentando di imporre anche ai suoi compagni di scuola la sua ortodossia estrema. L'unica voce che gli si contrappone è quella di Elena, giovane professoressa di biologia cresciuta alla scuola della scienza e del razionalismo. Ma come si può rispondere con la sola Ragione a chi nutre una Fede cieca?

DATA USCITA: 27 ottobre 2016
GENERE: Drammatico
ANNO: 2016
REGIA: Kirill Serebrennikov
ATTORI: Viktoriya Isakova, Yuliya Aug, Pyotr Skvortsov
SCENEGGIATURA: Kirill Serebrennikov
PRODUZIONE: Hype Film
DISTRIBUZIONE: I Wonder Pictures
PAESE: Russia
DURATA: 118 Min

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giovedì 22 dicembre 2016

La ragazza senza nome


Una sera, dopo l'orario chiusura del suo studio, Jenny, giovane medico generalista, sente suonare alla porta ma non va ad aprire. Il giorno dopo, viene informata dalla polizia del ritrovamento nelle vicinanze di una giovane ragazza, non ancora identificata.

DATA USCITA: 27 ottobre 2016
GENERE: Drammatico
ANNO: 2016
REGIA: Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne
ATTORI: Adèle Haenel, Jérémie Renier, Olivier Gourmet, Fabrizio Rongione, Thomas Doret, Christelle Cornil
SCENEGGIATURA: Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne
FOTOGRAFIA: Alain Marcoen
MONTAGGIO: Marie-Hélène Dozo
PRODUZIONE: Les Films du Fleuve, Savage Film
DISTRIBUZIONE: Bim Distribuzione
PAESE: Belgio
DURATA: 113 Min

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mercoledì 7 dicembre 2016

In guerra per amore


New York 1943. Mentre il mondo è nel pieno della seconda guerra mondiale, Arturo vive la sua travagliata storia d'amore con Flora. I due si amano, ma lei è promessa sposa al figlio di un importante boss. Per convolare a nozze, il nostro protagonista deve ottenere il sì del padre della sua amata che vive in un paesino siciliano. Arturo, giovane e squattrinato, ha un solo modo per raggiungere l'isola: arruolarsi nell'esercito americano che si prepara per lo sbarco in Sicilia: l'evento che cambierà per sempre la storia della Sicilia, dell'Italia e della Mafia.

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martedì 29 novembre 2016

Enclave



Protagonista è Nenad, un bambino serbo che vive a Vrelo, villaggio albanese nel Kosovo post-bellico. Il piccolo abita in una frazione isolata con il padre e il nonno, gravemente malato, a cui il bambino è molto affezionato. Ogni mattina va a scuola viaggiando in un blindato delle Nazioni Unite, che lo protegge dalle possibili aggressioni, e nella sua aula segue le lezioni da solo con la maestra. Tutti gli altri bambini del villaggio sono albanesi e uno di loro, Bashkim, è carico d’odio nei confronti di tutti i serbi, che ritiene responsabili della morte del padre. Un giorno, mentre la comunità albanese celebra un matrimonio, il nonno di Nenad muore e il bambino arriva ad attraversare le linee nemiche pur di riuscire ad avvisare il prete. Mentre sulle strade del villaggio matrimonio e funerale si incrociano come due universi paralleli incapaci di dialogo, Nenad si trova improvvisamente faccia a faccia con Bashkim: nelle mani dei due bambini la possibilità di riprodurre odio e divisione oppure di dare un piccolo, nuovo corso alla storia.

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