martedì 5 luglio 2016

Il piano di Maggie


In trasferta a Manhattan dalle più consuete strade della Brooklyn hipster dei film scritti insieme al compagno Noah Baumbach, Greta Gerwig affida il suo personaggio ormai iconico a Rebecca Miller ne Il piano di Maggie. La sua andatura caracollante, la timidezza goffa pronta al sorriso, sono quelle che l’hanno resa una specie di marchio registrato, la musa indie di inizio secolo. Ovviamente anche qui è una giovane donna in preda all’insicurezza, in difficoltà fra l’accettazione di un presente piuttosto insoddisfacente, almeno dal punto di vista sentimentale, il superamento delle scorie del passato e il coraggio di costruirsi un futuro da donna pienamente adulta e affermata. Intendiamoci, è una buona notizia, visto che sono questi i territori in cui la Gerwig convince, permette l’identificazione totale da parte del pubblico, fino alla tentazione di un abbraccio con buffo sulla guancia. Meglio eviti sfide troppo azzardate per le sue caratteristiche attoriali, come la disastrosa prova in The Humbling, al fianco di Al Pacino.
Rebecca Miller, dopo aver raccontato la cinquantenne Robin Wright in La vita segreta della signora Lee, ci presenta la trentenne Maggie, fiera della sua indipendenza e intenzionata a diventare madre single per inseminazione, grazie all’aiuto di un compagno di college, improbabile produttore di cetrioli in barattolo di origini scandinave, oltre che grande appassionato di hockey su ghiaccio. Una scelta consapevole in linea con il bisogno di controllare al millimetro ogni passo della sua vita, senza bisogno di aiuti esterni. L’effetto collaterale è una certa sperduta solitudine, di cui si rende conto quando si innamora di un antropologo, che come lei insegna in un poco prestigioso college newyorkese. La buona notizia è che si tratta di Ethan Hawke, quella cattiva è che è già sposato, con un’altra accademica dalla brillante carriera come docente alla Columbia University. I due inizieranno a vedersi spesso, visto che il docente in realtà è uno scrittore che cerca di bissare il successo del suo primo libro, e la consulenza di lei gli sembra molto utile. Il fato o l’amore che siano ad averli fatti incontrare, inizieranno una giostra sentimentale, un tira e molla complicato dall’affacciarsi della moglie di lui nel bel mezzo delle oscillazioni dell’uno e dell’altra.
Il piano di Maggie è tutto ambientato in un Greenwich Village che sembra cristallizzato negli anni ’70, non fosse che per i vestiti sbalorditivi indossati dalla Gerwig, declinazioni infinite del sottobosco. La Miller, però, si diverte molto a prendere in giro il mondo intellettuale da cui proviene - lei figlia di Arthur Miller - svelando le patetiche maschere indossate con sempre meno convinzione dai tre protagonisti. La manipolazione è al centro del film, intesa come inevitabile effetto collaterale in un rapporto qualunque, così come la caducità del concetto di talento artistico, spesso dipendente dall’autostima o dall’abbaglio collettivo. L’importante è che ci sia la vita, con la sincerità di chi non pensa troppo a rimarginare le ferite subite e inferte, sembra dirci la Miller, senza mai prendersi troppo sul serio. Inutile pensare a incasellare la proprio vita in schemi precompilati; pianificare è inutile, per fortuna, altrimenti sai che noia.
Sontuose le interpretazioni del terzetto, con una Moore deliziosamente a suo agio nei panni di una insopportabile intellettuale dall’accento scandinavo, per una commedia romantica che gioca con la fluidità dei rapporti di coppia, leggero quando il tema potrebbe essere pesante, senza scadere nel banale.

Fonte: comingsoon.it

martedì 28 giugno 2016

The Legend of Tarzan



Sono passati molti anni da quando l'uomo, una volta conosciuto come Tarzan ha lasciato la giungla africana per tornare ad una vita imborghesita come John Clayton III, Lord Greystoke, con al suo fianco l'amata moglie Jane. Invitato a tornare in Congo per servire da emissario commerciale del Parlamento, ignora di essere una pedina in una convergenza mortale di avidità e vendetta ordita dal capitano belga Leon Rom. Ma coloro che sono dietro il complotto omicida non hanno idea di cosa stanno per scatenare.

Fonte: comingsoon.it

martedì 21 giugno 2016

THE BOSS


Michelle Darnell è un'imprenditrice di successo finita in 


prigione per insider trading. 


Rilasciata sei mesi dopo e forzata a trasferirsi da una 


sua antica dipendente che lei era solita tormentare, 


trascorrerà molto tempo con la figlia di quest'ultima e 


deciderà di creare una nuova impresa di produzione di 


dolci al cioccolato.


Fonte: film.it

venerdì 17 giugno 2016

NOTIZIE ANGRY BIRDS



Non voler esagerare; attenersi al profilo bidimensionale del videogioco omonimo dal quale è stato fortemente tratto, immaginando con semplicità e ironia il perché i celebri uccelli colorati che caratterizzano il gioco della Rovio Entertainment si trovino a essere così arrabbiati e furiosi.

Angry Birds è un film che non volendo strafare e stravolgere la natura del gioco, di per sé semplice e binaria visto il mezzo, riesce a realizzare un prodotto che punta sulla vincente colorazione della pellicola, la replica della grafica del gioco è infatti molto riuscita e il film è anche in 3D, dove questi elementi tecnici confluiscono in una trama che seppur leggera è tutt’altro che banale.

ANGRY BIRDS - IL FILM, TRAILER


Essa, come nel bellissimo Inside Out della Pixar, ha lo scopo di riflettere in maniera profonda su un’emozione negativa come la rabbia, cercando di chiedersi soprattutto che ruolo possa trovare quest’ultima nella società; luogo pachidermico per antonomasia dove regole e regolamenti spesso soffocano una giusta indignazione personale nel nome di un quieto vivere troppo lento nel cogliere le storture del presente. E sul tema della comunità che silenzia ogni espressione individuale finendo per esercitare di frequente un fastidioso conformismo, torna volentieri nel sottotesto di Angry Birds.
Non è poco per un film di animazione; specialmente se esso affianca a questa riflessione più profonda, momenti di azione e di umorismo riusciti, irriverenti e sottolineati dalle voci frizzanti di alcuni protagonisti del cinema e della TV; il protagonista Red doppiato da Maccio Capatonda e Chuck, personaggio al quale dà voce Alessandro Cattelan. Elemento visivo potente quindi, ma questa non era la parte più difficile perché essa è già eredità stessa del videogioco, ma piuttosto storie credibili che pur rimanendo nel registro della commedia lasciano posto persino a ragionamenti maggiormente edificanti.

Bel lavoro. E nel cast ci sono anche le vocalità talentuose di Chiara Francini e di Francesco Pannofino mentre la regia è firmata da Clay Kaytis e Fergal Reilly.

Fonte: film.it

mercoledì 18 maggio 2016

JULIETA



Ci sono registi con i quali è difficile elaborare la delusione, molto più che ammetterla. Pedro Almodòvar è uno di questi. Facile decidere di non aver amato un suo film, come il Julieta con cui si è presentato al Festival di Cannes appena terminato (che non a caso l'ha ignorato nel suo Palmares). Più arduo definirlo semplicemente brutto, o non riuscito. Soprattutto mentre si cerca di analizzarne le parti, per declinare un giudizio. Mentre tra i tanti ricordi, suoi e nostri, emerge altro: intenzioni e passione, come sempre.



Il rivivere una storia d'amore a distanza, anche di tempo, attraverso un racconto non potrà non dare l'impressione di esser tornati a Gli abbracci spezzati, come i corpi nudi degli amanti ricordano l'adulterio di Carne Tremula e l'amore sbocciato in ospedale lo splendido Parla con lei, insieme alla vergogna per una Mala educacion cattolica e la solitudine silenziosa di tante donne del cinema del manchego. In fondo il titolo originale del film doveva essere proprio 'Silencio' (come il titolo di uno dei racconti di Alice Munro - insieme a 'Destino' e 'Pronto', del libro 'In fuga' del 2004 - dai quali è adattata la sceneggiatura), quello nel quale la Julieta adulta di Emma Suárez si chiude, quello al quale la sua versione giovane (Adriana Ugarte) viene condannata, dalla figlia (Priscilla Delgado).

Non sono loro le sole figure femminili della storia, ma sono le più importanti (senza dimenticare la Marian della splendida Rossy de Palma). Quelle che di fatto - dopo dieci anni - segnano un ritorno a quel cinema 'di donne' che ci aveva regalato la meravigliosa stagione melò dell'Almodòvar di inizio millennio. Sono donne condannate al mistero, a occuparsi delle debolezze altrui, a capirle, a rassegnarvisi. Salvo scontare l'eterno senso di colpaconseguente ai tentativi di reazione che si concedono.



Una condanna alla quale non sfugge nessuno, nemmeno il regista, che ammette di aver provato "senza accorgersene" lo stesso senso di colpa che caratterizza il film. E che non risparmia nessuno dei suoi personaggi. Forse solo gli uomini, disposti ad accettare il destino che li aspetta, di morte o di abbandono, e a cercarlo. Passivamente. Come fa in parte proprio Julieta, il cui 'crollo' è però troppo radicale, e brusco, buono soprattutto per evidenziare la forza delle due giovani pronte ad accudirla. Una forza che non si palesa a difendere il rapporto creato, tenuto nascosto anch'esso. E vissuto come colpevolesbagliato, per colpa di unfanatismo religioso che nel cinema di Almodovar era stato meglio raccontato e stigmatizzato.

Probabilmente perché mostrato nella sua triste diffusione e non così inutilmente insistito in un crescendo didascalico che ne fa solo l'ultimo di una serie di motori narrativi poco convincenti e visibilmente artefatti. La frustrazione, il dolore, la paura, la solitudine, l'amore, la vergogna, la gelosia, il rancore, il rammarico, la colpa si alternano. Costantemente adattati alla situazione in un gioco di ripetizioni che vorrebbe essere 'thrilling' (come sottolineano - di nuovo, troppo - i contrappunti musicali di Alberto Iglesias), ma che resta dramma.



Impossibile parlare di confusione per un cineasta che si è mostrato tante volte tanto abile nel trattare temi e personaggi che ancora evidentemente lo emozionano, né di poca capacità nel costruire con certi elementi architetture pari a quelle che anche in questo caso vediamo realizzate sulla scena. E la commovente geometria delle riprese, anche aeree, come la parcellizzazione dei colori e i loro contrasti (meravigliosi, al sollito) non bastano però a consolarci della sgradevole impressione di trovarci di fronte a un superficiale affidarsi a certi accadimenti o escamotage per giustificare alcune svolte nello sviluppo.

Almodòvar lo sa, e lo dice: "quasi tutti i miei film convincono la seconda volta che si vedono. Julieta sicuramente verrà apprezzato maggiormente dopo averlo già visto una volta. Vorrei convincere mio fratello a invitare a una seconda visione tutti gli spettatori che hanno già visto il film. Le persone non si conoscono, né si apprezza la loro compagnia, al primo incontro. Con Julieta succede la stessa cosa". Non siamo convinti, ma probabilmente lo faremo. Tenendo le dita incrociate.

Fonte: film.it

venerdì 8 aprile 2016

Il cacciatore e la Regina di Ghiaccio

Risultati immagini per il cacciatore e la regina di ghiaccio

Ravenna, la perfida matrigna di Biancaneve, usa a uccidere mariti per usurparne i regni, ha un passato di ignobili assassinii anche tra i suoi legami di sangue. Quando lo specchio magico le rivela, infatti, che la figlia di sua sorella Freya è destinata a spodestarla in bellezza, Ravenna non esita a porre fine alla sua neonata vita. Tale è il dolore di Freya, che risveglia nella donna l'arte sopita della magia nera e la trasforma in una regina di ghiaccio, determinata a bandire l'amore dal suo regno. È a questo fine, per addestrarli come guerrieri e vietar loro l'amore, che Freya fa rapire i ragazzini dei suoi territori e li cresce come cacciatori; e questa è anche la sorte di Eric e Sara, che, una volta cresciuti, però, all'amore non sanno e non vogliono rinunciare. 

Rispetto al film di Rupert Sanders, Biancaneve e il Cacciatore, questo è un mezzo prequel e un mezzo spin-off: un parente prossimo ma non consanguineo, quanto basta per accettare che Biancaneve non faccia parte del cast ma possano tornare a confrontarsi in bellezza i divi Chris Hemsworth e Charlize Theron. Il terzo vertice del triangolo è occupato da due figure femminili, affidate a Emily Blunt e Jessica Chastain, e solo la loro bravura di interpreti le salva da due ruoli assurdi, per ragioni differenti. La regina di ghiaccio della Blunt, autoconfinatasi in un palazzo del freddo, è un tale palese scopiazzamento in chiave dark-fantasy del personaggio di Elsa in Frozen, da sfiorare il caso diplomatico. Su tutt'altro fronte, la Chastain appare tutto fuorché nata per un personaggio boschivo e marziale come quello di Sara, e non può impedire una reazione inizialmente spaesata nello spettatore, ma è capace di rendersi plausibile in breve tempo. 
Quanto al film in sé, anche Cedric Nicolas-Troyan opta per una varietà di fonti e modelli presi dal cinema contemporaneo ben più che dal repertorio fiabesco: la compagnia dei quattro nani, l'incontro con i goblin, la quest dello specchio, da tener coperto per non indurre in basse e omicide tentazioni, guardano senza mezza termini al viaggio con e per l'anello di Tolkien e Jackson, mentre il contesto della relazione tra Eric e Sara, bambini-soldato, può ricordare alcuni momenti della saga di Hunger Games. Se si aggiunge il già citato rimando al prologo di Frozen, non tarda ad affacciarsi il dubbio che tanta varietà di modelli nasconda in realtà una scarsa materia originale e una traballante necessità di esistere del film stesso al di là della mera funzione di contenitore di star.

FONTE: mymovies.it

mercoledì 16 marzo 2016

Un bacio

Locandina Un bacio
Lorenzo è un adolescente che arriva a Udine perché adottato da una famiglia dopo che aveva vissuto precedente esperienza negativa di adozione. Lorenzo è dichiaratamente gay. Blu è figlia del proprietario di un'azienda e di un'aspirante scrittrice. Ha un carattere reattivo anche perché a scuola, e sui muri, viene definita 'una troia'. Antonio è figlio di una guardia giurata e pesa su di lui la presenza del fratello maggiore morto in un incidente. E' un abile cestista ma i suoi compagni lo considerano un ritardato. Frequentano tutti e tre la III A del Liceo Newton.

I film che hanno come soggetto l'adolescenza e le sue problematiche hanno saldamente incorporata la dicitura 'maneggiare con cura'. Perché il rischio della retorica e/o dello stereotipo sono presenti ad ogni singola riga della sceneggiatura e in ogni scelta di ripresa, recitazione, montaggio e soundtrack. Lo spettatore si trova spesso dinanzi a uno schema purtroppo ben definito. Ci si occupa di un ragazzo o di una ragazza emarginati e li si circonda di adulti che sono rappresentati o come dei minus habens o come totalmente incapaci di interessarsi a loro sia nel contesto familiare che al di fuori di esso. 
Ivan Cotroneo, che scrive la sceneggiatura con Monica Rametta rielaborando un proprio racconto, sa come tenersi a distanza dalle negatività di cui sopra per offrirci un ritratto ad altezza di adolescenza di grande sensibilità e coraggio. Coraggio perché le situazioni vengono affrontate frontalmente senza ammorbidimenti e anche perché, come già Vinterberg in Il sospetto, non ha il timore di mettersi contro gli animalisti utilizzando la caccia come rito iniziatico. Sensibilità perché questi Jules, Jim e Catherine dei nostri giorni e di ben altra età (l'omaggio a Truffaut viene esplicitato nella scena della corsa a tre) non si limitano ad essere personaggi, per quanto ben costruiti, ma sono da subito persone con le loro fragilità e con le loro prese di posizione. Blu che scrive alla se stessa del futuro 'per non dimenticare'. Lorenzo che ostenta sicurezza ma ha bisogno di rifugiarsi nell'immaginario per trovare quell'ammirazione che il mondo dei coetanei gli nega. Antonio, tanto abile nello sport quanto introverso e chiuso nel relazionarsi con gli altri. Di tutti e tre conosciamo l'ambito familiare in cui incontriamo sensibilità genitoriali diverse ma, ognuna a suo modo, capaci di amore e comprensione. Chi invece si compatta nel rifiuto sono i compagni tra i quali emergono leader in perfidia e bullismo (equamente suddivisi tra maschi e femmine) ma che finiscono comunque per essere tutti complici anche quando sono testimoni passivi dei soprusi. La dimensione della città di provincia, con la magia delle sue notti 'antiche' e con la brutalità dei mezzi di comunicazione oggi alla portata di ognuno, definisce il contesto della narrazione.
"Non voglio che mio figlio sia 'tollerato'" dice il padre adottivo di Lorenzo dinanzi alla preside e ad un'insegnante particolarmente insensibile. Cotroneo fa propria questa affermazione senza però cedere alla tentazione del pamphlet riaffermando con forza il diritto di ognuno a vivere la propria vita e la propria dimensione affettiva secondo tempi che non siano dettati da un contesto sociale che si eriga a normativo in questo ambito. Lorenzo, Blu e Antonio escono così dallo schermo per entrare nella memoria dello spettatore nello spazio in cui stanno i film che non si dimenticano.

FONTE: mymovies.it