venerdì 17 giugno 2016

NOTIZIE ANGRY BIRDS



Non voler esagerare; attenersi al profilo bidimensionale del videogioco omonimo dal quale è stato fortemente tratto, immaginando con semplicità e ironia il perché i celebri uccelli colorati che caratterizzano il gioco della Rovio Entertainment si trovino a essere così arrabbiati e furiosi.

Angry Birds è un film che non volendo strafare e stravolgere la natura del gioco, di per sé semplice e binaria visto il mezzo, riesce a realizzare un prodotto che punta sulla vincente colorazione della pellicola, la replica della grafica del gioco è infatti molto riuscita e il film è anche in 3D, dove questi elementi tecnici confluiscono in una trama che seppur leggera è tutt’altro che banale.

ANGRY BIRDS - IL FILM, TRAILER


Essa, come nel bellissimo Inside Out della Pixar, ha lo scopo di riflettere in maniera profonda su un’emozione negativa come la rabbia, cercando di chiedersi soprattutto che ruolo possa trovare quest’ultima nella società; luogo pachidermico per antonomasia dove regole e regolamenti spesso soffocano una giusta indignazione personale nel nome di un quieto vivere troppo lento nel cogliere le storture del presente. E sul tema della comunità che silenzia ogni espressione individuale finendo per esercitare di frequente un fastidioso conformismo, torna volentieri nel sottotesto di Angry Birds.
Non è poco per un film di animazione; specialmente se esso affianca a questa riflessione più profonda, momenti di azione e di umorismo riusciti, irriverenti e sottolineati dalle voci frizzanti di alcuni protagonisti del cinema e della TV; il protagonista Red doppiato da Maccio Capatonda e Chuck, personaggio al quale dà voce Alessandro Cattelan. Elemento visivo potente quindi, ma questa non era la parte più difficile perché essa è già eredità stessa del videogioco, ma piuttosto storie credibili che pur rimanendo nel registro della commedia lasciano posto persino a ragionamenti maggiormente edificanti.

Bel lavoro. E nel cast ci sono anche le vocalità talentuose di Chiara Francini e di Francesco Pannofino mentre la regia è firmata da Clay Kaytis e Fergal Reilly.

Fonte: film.it

mercoledì 18 maggio 2016

JULIETA



Ci sono registi con i quali è difficile elaborare la delusione, molto più che ammetterla. Pedro Almodòvar è uno di questi. Facile decidere di non aver amato un suo film, come il Julieta con cui si è presentato al Festival di Cannes appena terminato (che non a caso l'ha ignorato nel suo Palmares). Più arduo definirlo semplicemente brutto, o non riuscito. Soprattutto mentre si cerca di analizzarne le parti, per declinare un giudizio. Mentre tra i tanti ricordi, suoi e nostri, emerge altro: intenzioni e passione, come sempre.



Il rivivere una storia d'amore a distanza, anche di tempo, attraverso un racconto non potrà non dare l'impressione di esser tornati a Gli abbracci spezzati, come i corpi nudi degli amanti ricordano l'adulterio di Carne Tremula e l'amore sbocciato in ospedale lo splendido Parla con lei, insieme alla vergogna per una Mala educacion cattolica e la solitudine silenziosa di tante donne del cinema del manchego. In fondo il titolo originale del film doveva essere proprio 'Silencio' (come il titolo di uno dei racconti di Alice Munro - insieme a 'Destino' e 'Pronto', del libro 'In fuga' del 2004 - dai quali è adattata la sceneggiatura), quello nel quale la Julieta adulta di Emma Suárez si chiude, quello al quale la sua versione giovane (Adriana Ugarte) viene condannata, dalla figlia (Priscilla Delgado).

Non sono loro le sole figure femminili della storia, ma sono le più importanti (senza dimenticare la Marian della splendida Rossy de Palma). Quelle che di fatto - dopo dieci anni - segnano un ritorno a quel cinema 'di donne' che ci aveva regalato la meravigliosa stagione melò dell'Almodòvar di inizio millennio. Sono donne condannate al mistero, a occuparsi delle debolezze altrui, a capirle, a rassegnarvisi. Salvo scontare l'eterno senso di colpaconseguente ai tentativi di reazione che si concedono.



Una condanna alla quale non sfugge nessuno, nemmeno il regista, che ammette di aver provato "senza accorgersene" lo stesso senso di colpa che caratterizza il film. E che non risparmia nessuno dei suoi personaggi. Forse solo gli uomini, disposti ad accettare il destino che li aspetta, di morte o di abbandono, e a cercarlo. Passivamente. Come fa in parte proprio Julieta, il cui 'crollo' è però troppo radicale, e brusco, buono soprattutto per evidenziare la forza delle due giovani pronte ad accudirla. Una forza che non si palesa a difendere il rapporto creato, tenuto nascosto anch'esso. E vissuto come colpevolesbagliato, per colpa di unfanatismo religioso che nel cinema di Almodovar era stato meglio raccontato e stigmatizzato.

Probabilmente perché mostrato nella sua triste diffusione e non così inutilmente insistito in un crescendo didascalico che ne fa solo l'ultimo di una serie di motori narrativi poco convincenti e visibilmente artefatti. La frustrazione, il dolore, la paura, la solitudine, l'amore, la vergogna, la gelosia, il rancore, il rammarico, la colpa si alternano. Costantemente adattati alla situazione in un gioco di ripetizioni che vorrebbe essere 'thrilling' (come sottolineano - di nuovo, troppo - i contrappunti musicali di Alberto Iglesias), ma che resta dramma.



Impossibile parlare di confusione per un cineasta che si è mostrato tante volte tanto abile nel trattare temi e personaggi che ancora evidentemente lo emozionano, né di poca capacità nel costruire con certi elementi architetture pari a quelle che anche in questo caso vediamo realizzate sulla scena. E la commovente geometria delle riprese, anche aeree, come la parcellizzazione dei colori e i loro contrasti (meravigliosi, al sollito) non bastano però a consolarci della sgradevole impressione di trovarci di fronte a un superficiale affidarsi a certi accadimenti o escamotage per giustificare alcune svolte nello sviluppo.

Almodòvar lo sa, e lo dice: "quasi tutti i miei film convincono la seconda volta che si vedono. Julieta sicuramente verrà apprezzato maggiormente dopo averlo già visto una volta. Vorrei convincere mio fratello a invitare a una seconda visione tutti gli spettatori che hanno già visto il film. Le persone non si conoscono, né si apprezza la loro compagnia, al primo incontro. Con Julieta succede la stessa cosa". Non siamo convinti, ma probabilmente lo faremo. Tenendo le dita incrociate.

Fonte: film.it

venerdì 8 aprile 2016

Il cacciatore e la Regina di Ghiaccio

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Ravenna, la perfida matrigna di Biancaneve, usa a uccidere mariti per usurparne i regni, ha un passato di ignobili assassinii anche tra i suoi legami di sangue. Quando lo specchio magico le rivela, infatti, che la figlia di sua sorella Freya è destinata a spodestarla in bellezza, Ravenna non esita a porre fine alla sua neonata vita. Tale è il dolore di Freya, che risveglia nella donna l'arte sopita della magia nera e la trasforma in una regina di ghiaccio, determinata a bandire l'amore dal suo regno. È a questo fine, per addestrarli come guerrieri e vietar loro l'amore, che Freya fa rapire i ragazzini dei suoi territori e li cresce come cacciatori; e questa è anche la sorte di Eric e Sara, che, una volta cresciuti, però, all'amore non sanno e non vogliono rinunciare. 

Rispetto al film di Rupert Sanders, Biancaneve e il Cacciatore, questo è un mezzo prequel e un mezzo spin-off: un parente prossimo ma non consanguineo, quanto basta per accettare che Biancaneve non faccia parte del cast ma possano tornare a confrontarsi in bellezza i divi Chris Hemsworth e Charlize Theron. Il terzo vertice del triangolo è occupato da due figure femminili, affidate a Emily Blunt e Jessica Chastain, e solo la loro bravura di interpreti le salva da due ruoli assurdi, per ragioni differenti. La regina di ghiaccio della Blunt, autoconfinatasi in un palazzo del freddo, è un tale palese scopiazzamento in chiave dark-fantasy del personaggio di Elsa in Frozen, da sfiorare il caso diplomatico. Su tutt'altro fronte, la Chastain appare tutto fuorché nata per un personaggio boschivo e marziale come quello di Sara, e non può impedire una reazione inizialmente spaesata nello spettatore, ma è capace di rendersi plausibile in breve tempo. 
Quanto al film in sé, anche Cedric Nicolas-Troyan opta per una varietà di fonti e modelli presi dal cinema contemporaneo ben più che dal repertorio fiabesco: la compagnia dei quattro nani, l'incontro con i goblin, la quest dello specchio, da tener coperto per non indurre in basse e omicide tentazioni, guardano senza mezza termini al viaggio con e per l'anello di Tolkien e Jackson, mentre il contesto della relazione tra Eric e Sara, bambini-soldato, può ricordare alcuni momenti della saga di Hunger Games. Se si aggiunge il già citato rimando al prologo di Frozen, non tarda ad affacciarsi il dubbio che tanta varietà di modelli nasconda in realtà una scarsa materia originale e una traballante necessità di esistere del film stesso al di là della mera funzione di contenitore di star.

FONTE: mymovies.it

mercoledì 16 marzo 2016

Un bacio

Locandina Un bacio
Lorenzo è un adolescente che arriva a Udine perché adottato da una famiglia dopo che aveva vissuto precedente esperienza negativa di adozione. Lorenzo è dichiaratamente gay. Blu è figlia del proprietario di un'azienda e di un'aspirante scrittrice. Ha un carattere reattivo anche perché a scuola, e sui muri, viene definita 'una troia'. Antonio è figlio di una guardia giurata e pesa su di lui la presenza del fratello maggiore morto in un incidente. E' un abile cestista ma i suoi compagni lo considerano un ritardato. Frequentano tutti e tre la III A del Liceo Newton.

I film che hanno come soggetto l'adolescenza e le sue problematiche hanno saldamente incorporata la dicitura 'maneggiare con cura'. Perché il rischio della retorica e/o dello stereotipo sono presenti ad ogni singola riga della sceneggiatura e in ogni scelta di ripresa, recitazione, montaggio e soundtrack. Lo spettatore si trova spesso dinanzi a uno schema purtroppo ben definito. Ci si occupa di un ragazzo o di una ragazza emarginati e li si circonda di adulti che sono rappresentati o come dei minus habens o come totalmente incapaci di interessarsi a loro sia nel contesto familiare che al di fuori di esso. 
Ivan Cotroneo, che scrive la sceneggiatura con Monica Rametta rielaborando un proprio racconto, sa come tenersi a distanza dalle negatività di cui sopra per offrirci un ritratto ad altezza di adolescenza di grande sensibilità e coraggio. Coraggio perché le situazioni vengono affrontate frontalmente senza ammorbidimenti e anche perché, come già Vinterberg in Il sospetto, non ha il timore di mettersi contro gli animalisti utilizzando la caccia come rito iniziatico. Sensibilità perché questi Jules, Jim e Catherine dei nostri giorni e di ben altra età (l'omaggio a Truffaut viene esplicitato nella scena della corsa a tre) non si limitano ad essere personaggi, per quanto ben costruiti, ma sono da subito persone con le loro fragilità e con le loro prese di posizione. Blu che scrive alla se stessa del futuro 'per non dimenticare'. Lorenzo che ostenta sicurezza ma ha bisogno di rifugiarsi nell'immaginario per trovare quell'ammirazione che il mondo dei coetanei gli nega. Antonio, tanto abile nello sport quanto introverso e chiuso nel relazionarsi con gli altri. Di tutti e tre conosciamo l'ambito familiare in cui incontriamo sensibilità genitoriali diverse ma, ognuna a suo modo, capaci di amore e comprensione. Chi invece si compatta nel rifiuto sono i compagni tra i quali emergono leader in perfidia e bullismo (equamente suddivisi tra maschi e femmine) ma che finiscono comunque per essere tutti complici anche quando sono testimoni passivi dei soprusi. La dimensione della città di provincia, con la magia delle sue notti 'antiche' e con la brutalità dei mezzi di comunicazione oggi alla portata di ognuno, definisce il contesto della narrazione.
"Non voglio che mio figlio sia 'tollerato'" dice il padre adottivo di Lorenzo dinanzi alla preside e ad un'insegnante particolarmente insensibile. Cotroneo fa propria questa affermazione senza però cedere alla tentazione del pamphlet riaffermando con forza il diritto di ognuno a vivere la propria vita e la propria dimensione affettiva secondo tempi che non siano dettati da un contesto sociale che si eriga a normativo in questo ambito. Lorenzo, Blu e Antonio escono così dallo schermo per entrare nella memoria dello spettatore nello spazio in cui stanno i film che non si dimenticano.

FONTE: mymovies.it

giovedì 25 febbraio 2016

Claudio Santamaria: "Io come 'Jeeg Robot', un supereroe coatto"

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Ospite nella redazione di Fanpage.it l'attore Claudio Santamaria, reduce dal grande successo televisivo 

della fiction "È arrivata la felicità". Il 25 febbraio 2016 uscirà il nuovo film, dal titolo "Lo chiamavano Jeeg 

Robot", che lo vede nei panni di un super eroe: "È un film bellissimo e unico, come in Italia non se ne

 sono mai fatti". Per la regia di di Gabriele Mainetti, la 

pellicola ribalterà definitivamente il concetto di 

supereroe, affidando i superpoteri ad un piccolo 

delinquentello di periferia. Con Claudio Santamaria

 abbiamo parlato di quanto sia stato difficile aumentare di peso e impugnare per la prima volta lo scettro 

dell'invulnerabilità. Non di meno, il lavoro a teatro, con la tornee di 'Gospodin', che da due anni gli sta 

regalando immense soddisfazioni.

Fonte: fanpage.it

lunedì 25 gennaio 2016

DORAEMON (Il Film)


Nobita, Shizuka, Gian e Suneo impazziscono letteralmente per una nuova serie televisiva: “gli eroi dello spazio”. Nobita, in particolare, sogna ad occhi aperti davanti al televisore di diventare un grande supereroe proprio come i suoi beniamini in tv.

Decide così di girare un film di supereroi! peccato che Gian, suneo e Shizuka, lo abbiano anticipato escludendolo dal progetto. Nobita, disperato, si rivolge a Doraemon che, grazie a un chiusky robot capace di creare degli straordinari scenari virtuali, riesce a convincere i ragazzi a includere lui e Nobita nel progetto. Insieme iniziano a filmare le prime scene, ma ben presto si ritrovano catapultati in una realtà che va ben oltre la loro immaginazione. un abitante di un pianeta lontano, Aron, chiede loro aiuto per salvare il proprio popolo da un gruppo di malvagi pirati spaziali. I ragazzi, convinti che Aron faccia parte della sceneggiatura del film, accettano la missione senza esitare. Anche se ben presto si accorgeranno di non essere su un set cinematografico, dimostreranno ugualmente di essere degli eroi anche nella realtà. 

Fonte: doraemonilfilm.it

martedì 5 gennaio 2016

Quo Vado recensione del film

Quo Vado?, la recensione del film di Checco Zalone e Gennaro Nunziante

C'è qualcosa, nell'incipit africano di Quo Vado?, che più che a Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l'amico misteriosamente scomparso in Africa? mi ha fatto pensare a Io sto con gli ippopotami. Una sensazione epidermica e fugace, che non ha niente a che vedere col racconto e il suo contenuto: semmai dettata da una certa qualità fotografica, o dalla regia elementare. Più ci penso, però, più mi pare significativo aver associato un film di Checco Zalone (e Gennaro Nunziante) a quelli di Bud Spencer e Terence Hill che non ai più abusati, e a sproposito citati, modelli della commedia all'italiana dei grandi nomi. 


A dispetto della scala produttiva che ha portato Checco dalla Puglia al Grande Nord, e poi in Africa, Quo Vado? conferma infatti uno stile elementare e una comicità semplice ed efficace, che mirano volutamente in basso per colpire eventualmente un po' più in alto, ma prima di tutto nel segno; che sono di grande accessibilità, vagamente infantili (Checco è sempre un bambinone, in fondo) e favolistici. Che, insomma, si differenziano nettamente dalla cinica consapevolezza dei vari Sonego e Monicelli, e rielaborano piuttosto in maniera personale la vasta eredità dell'immaginario e del linguaggio televisivo degli ultimi trent'anni. Nella loro superficie e nella grammatica di base, Zalone e Nunziante sono più vicini  a essere gli Spencer & Hill del Terzo Millennio. Ma dei Bud e Terence con le smorfie, le battute e le canzoni irresistibili al posto degli sganassoni; che hanno maturato una consapevolezza sociale e parlano in maniera esplicita e partecipe del proprio tempo e del loro paese. 

Privo di sovrastrutture spesso inutili, candido ma non ingenuo, leggero, magari demenziale ma non cretino, Zalone lavora con spirito fotografico nel catturare, ritrarre e riprodurre l'italiano dei nostri giorni, i suoi tanti vizi e le sue poche virtù. Lo sfotte, lo prende in giro, certo: ma non lo mette alla berlina con crudele senso di superiorità, non lo blandisce paternalisticamente, non lo lusinga – come troppa commedia degli ultimi decenni – mostrando i suoi difetti come fossero dei pregi. 
No. Senza mai dimenticare l'esigenza di un divertimento che deve essere popolare e trasversale, in Quo Vado? Zalone racconta, con innata istintività e la giusta dose di smaliziata furbizia, come siamo: un po' tronfi e un po' patetici, figli di una cultura  e di un mondo che ci hanno viziato e che sono svaniti sotto il nostro naso, alle prese con le ambasce dell'adeguamento ma sufficientemente resilienti per tirare avanti e cavare comunque il meglio dalle situazioni. Perfino capaci di imparare, parola quasi scandalosa nella commedia popolare italiana di oggi, e di migliorare: senza snaturarsi mai troppo, ben inteso. 
Caustico, magari, ma con affondi che arrivano con tanta nonchalance e rapidità, sommersi da un bombardamento para-televisivo di situazioni e battute, da non bruciare mai troppo (a lungo). Caustico, magari, ma mai cinico: non perché Zalone sia buono, o naïf, ma perché ha un relativo garbo e un'educazione (parola che ricorre a più riprese, in Quo Vado?) sconosciuti a buona parte dei suoi contemporanei. 

Il paradosso di Zalone, che racconta delle verità innegabili sull'essere italiani in Italia e all'estero, che gioca con evidenze talmente evidenti da scavallare ogni rischio di stereotipizzazione, è allora quello di essere un comico talmente tanto dentro il suo tempo e il suo presente, capace di rispecchiarlo raccontarlo così bene, da epurarlo da ciò che lo corrompe. Mentre, in maniera tanto progressiva quanto inesorabile, la commedia popolare italiana dell'era berlusconiana (quella televisiva prima e quella politica poi) ha celebrato più o meno esplicitamente la perdita di ogni forma di stile, la furbizia e l'opportunismo, la prevaricazione e la volgarità, soprattutto l'arroganza, nel nome di una comicità che voleva catturare lo spirito del tempo e legittimarlo, Zalone e Nunziante le hanno espulse come tossine, andando alle radici antropologiche del problema e proponendo implicitamente una soluzione altrettanto antropologica. Non si tratta di moralismo, ma dello sguardo da enfant (terrible, ma pur sempre enfant) di Zalone. 

L'uomo zaloniano, messo a confronto con orizzonti più ampi di quelli del suo ufficetto di provincia, è capace di allargare le proprie vedute, di accettare famiglie allargate, di abbandonare retoriche maschiliste, perfino di imparare a non saltare le code o non suonare il clacson al semaforo. Certo, basta colpirlo nel profondo del suo essere, basta che veda Al Bano e Romina nuovamente assieme sul palco di Sanremo, per rischiare di perdere tutto questo e tornare sui suoi passi; ma qualcosa dentro di lui è cambiato per sempre, anche se qualcosa rimarrà per sempre uguale. Ha subito un mutamento antropologico: qualcosa di ben più profondo della superficialità della sociologia facilona dei Vanzina e dei cinepanettoni. 
È grazie a questo mutamento che Quo Vado? si può permettere un finale che apre una speranza per il futuro. Quella speranza figlia di un rinnovamento che non ha nulla a che vedere con la rottamazione o con 80 euro in più in busta paga, o qualche migliaia di arrotondamento al TFR. Se lo può permettere e senza odorare di buonismo veltroniano, ma chiudendo la sua parabola con dei toni favolistici e infantili, con un lieto fine in linea con un tono generale che è quello dei film di Bud Spencer e Terence Hill: con le smorfie, le battute e le canzoni irresistibili al posto degli sganassoni. E con tanta consapevolezza in più. 

Fonte: comingsoon.it