domenica 16 dicembre 2018

EVERYTHING SUCKS!


C'era una volta un mondo in cui per connettersi a internet era necessario aspettare qualche minuto. Attimi di paziente attesa trascorsi nell'ascolto della contrazione di intere nebulose di dati, elaborate faticosamente da modem installati su sistema operativo Windows 95. Un mondo senza smartphone, senza tablet, senza talent in tv. La musica pop era quella delle instant band - Take That e Spice Girl a contrastare il fenomeno Britney Spears - e non c'erano le visualizzazioni di YouTube a decidere chi avesse la meglio nello scontro fra titani Oasis vs Blur.

Quel mondo erano gli anni Novanta, tornati di recente nell'immaginario collettivo con lo stesso devastante effetto vintage-nostalgia già toccato agli anni Ottanta.
Li ricorda il cinema, con sequel o remake di film che segnarono il decennio (ItJurassic ParkTrainspotting), ci riflette la letteratura (Notti magiche: atlante sentimentale degli anni Novanta di Enrico Buonanno e Luca Mastrantonio), la tv generalista (Novanta Special), la fiction italiana (19921993), ci tornano i maestri (Twin Peaks - Il Ritorno), ci cascano i videogiochi (le edizioni speciali di Monkey Island) e i cartoni animati (Duck Tales). E a coronare il grande ritorno del decennio dello Swatch, del cd e del modem arriva anche Netflix, che - dopo aver restituito luci e ombre degli anni Ottanta con serie come Stranger Things o Dark - dal 16 febbraio aziona la macchina del tempo per riportarci nel 1996, con le dieci puntate di Everything Sucks!.
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martedì 6 novembre 2018

READY PLAYER ONE


Columbus, Ohio, 2045. La maggior parte dell'umanità, afflitta dalla miseria e dalla mancanza di prospettive, si rifugia in Oasis, una realtà virtuale creata dal geniale James Halliday. Quest'ultimo, prima di morire, rivela la presenza in Oasis di un easter egg, un livello segreto che consente, a chi lo trova e vince ogni sfida, di ottenere il controllo di Oasis. 
Fin dalle prime anticipazioni, Ready Player One ha generato un'enorme aspettativa. La musica deliziosamente anni Ottanta e kitsch. La sfida tecnologica che vede Steven Spielberg alle prese con il digitale come mai prima d'ora.

La sensazione di un'opera definitiva sull'escapismo e il citazionismo, fenomeni che contraddistinguono, e in parte bloccano, la nostra epoca.
A conti fatti, forse "definitiva" non è la parola adatta per contraddistinguere Ready Player One, ma per una precisa intenzione dell'autore più che per un fallimento. A Spielberg interessava confezionare il perfetto meccanismo di intrattenimento, non una riflessione filosofica su sogni e bisogni dell'uomo. Portando fino in fondo la schizofrenia che caratterizza la sua carriera, in cui il narratore storico di Lincoln e The Post convive felicemente con il Peter Pan di Hook o di Ready Player One. Non c'è condanna dell'escapismo, ma umana comprensione per chi evade da una realtà priva di speranze. E se il ritorno al reale è un passaggio obbligato per il successo dell'eroe, questo non contraddice il fatto che il protagonista Wade, senza aver trascorso tonnellate di ore in Oasis, non avrebbe mai avuto una chance di salvezza. 

Il videogioco e la cultura satellitare del microcosmo nerd rappresentano un sostegno e una lezione di vita. La forza trascinante di Oasis, che mira a un livello di capacità immersiva degna dei migliori videogame, è ancor più percepibile quando accostata alle scene ambientate nel mondo reale, dimesse e ordinarie, a tal punto da non sembrare girate dallo stesso regista. Se anche nella visione di Matrix realtà e virtuale erano contrapposti e la prima era dominata da colori grigi e paesaggi desolanti, il senso attribuito al virtuale è opposto: prigione per i Wachowski, oasi e unica speranza per Spielberg.
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martedì 23 ottobre 2018

A CASA TUTTI BENE


Pietro e Alba festeggiano cinquant'anni d'amore. Dal loro matrimonio sono nati Carlo, Sara e Paolo, imbarcati con coniuge, prole, zie e cugine per un'isola del Sud. In quel luogo ameno, in cui Pietro e Alba hanno speso il loro tempo più bello, si riunisce una famiglia sull'orlo di una crisi di nervi. Carlo, separato da Elettra, è vessato da Ginevra, la nuova e insopportabile consorte, Sara, sposata con Diego, cerca di recuperare un matrimonio alla deriva, Paolo, cacciato dalla moglie e disprezzato dal figlio a causa di un tradimento, gira a vuoto e finisce a letto con la cugina. E poi c'è Riccardo che aspetta un figlio da Luana ed elemosina una (seconda) chance allo zio Pietro, Elettra che prova a fare fronte alla gelosia di Ginevra e Isabella, moglie annoiata di un marito troppo lontano che tradisce con Paolo. Il mare grosso e un temporale improvviso, impediscono le partenze dei traghetti e costringono gli invitati a prolungare soggiorno, convivenza e agonia. Satelliti nevrotici intorno agli 'sposi' provano a passare una nottata che non passa e non passerà.

Frustrati, infelici e tutti inguaribilmente narcisisti, i personaggi di Gabriele Muccino restano fedeli a se stessi e a una trilogia ideale di baci presi e dati dentro un cinema ombelicale.
A casa tutti bene, a dispetto del titolo evidentemente ironico, è una commedia "che sta male". Stanno male i suoi personaggi, tutti piccoli piccoli e alle prese coi contrasti e i conflitti (mai risolti se non a colpi di sceneggiatura) dei capitoli precedenti (L'ultimo bacio e Baciami ancora). Muovendosi con flusso ondivago dall'uno all'altro, A casa tutti bene comincia con la voce fuori campo di Stefano Accorsi, decano del genere, che sembra voler focalizzare la vicenda da un punto di vista soggettivo, ma poi la voce si perde nell'isteria collettiva, torna per un istante col timbro di Pierfrancesco Favino, per poi scomparire definitivamente, dichiarando la difficoltà a trovare un punto di vista. Sulla vicenda narrata, sui suoi personaggi.

Lo sguardo dell'autore va e viene, fugge e ritorna, tradisce e si pente alla maniera dei suoi protagonisti e coerente con quel nomadismo sentimentale che è da sempre la sua cifra e che da sempre li riguarda. Ma poi qualcosa accade, qualcosa di inaspettato e inaspettatamente sorprendente. Quella che sembrava l'ultima ed ennesima versione della sindrome di Peter Pan infila la deriva e traghetta le sue anime oltre la linea d'ombra. A questo giro di giostra i baci sono amari e conducono all'appuntamento con le scelte irreversibili della vita. A questo giro, ancora, non ci sono effetti di campo o di copione a blandire, soccorrere e assolvere i personaggi. Condotti al loro punto di rottura, con modalità diverse e appropriate al registro degli attori in campo, i protagonisti dovranno (finalmente) fare delle scelte, confrontarsi (senza sconti) con la propria narcisistica immaturità. Niente famiglie ricompattate al capezzale di un padre malato (Ricordati di me) o di un figlio in arrivo (L'ultimo bacio).
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martedì 18 settembre 2018

IL SOLE A MEZZANOTTE - MIDNIGHT SUN


Katie ha diciassette anni, adora la musica e ama profondamente suo padre, genitore, educatore, amico. Orfana di madre, Katie è affetta da Xeroderma Pigmentoso, una rara patologia genetica che causa ipersensibilità alla luce del sole. Costretta dalla culla a un'esistenza ritirata e oscurata dietro vetri speciali, Katie guarda passare la vita degli altri e prova a vivere la sua con l'aiuto di Morgan, l'amica del cuore. Sotto alla sua finestra scorrazza da sempre anche Charlie, il ragazzo con lo skate che le ha rubato il cuore alle elementari. Seduta in stazione a cantare una delle sue canzoni, una notte lo incontra e lo innamora perdutamente. Katie vorrebbe fuggire ma l'amore è come il sole, impossibile proteggersi.

Non è un vampiro Katie ma la sua pelle soffre la fotosensibilità estrema dei vampiri. Dei vampiri ha pure il pallore lunare e la fame di vita incarnata dall'adolescente di Patrick Schwarzenneger, che dal padre eredita la fronte alta e la presenza (quasi) esotica.
Figlio del principe del bodybuilding, che aveva scolpito il corpo a misura del suo sogno (americano), trasformando ogni apparizione sullo schermo in un prodigio, Patrick assomiglia più al principe azzurro delle favole, di una favola d'amore agita nel territorio del desiderio maschile. Inversamente a Twilight è Charlie a desiderare ostinatamente una fanciulla, a subire la fascinazione di una creatura che vorrebbe tanto amarlo ma ha paura di ucciderlo. Non a morsi ma di dolore. Perché Katie è malata e non sa quante notti le restano per consumare il suo desiderio, perché Katie vive ogni giorno come fosse ultimo, perché Katie sa dove vuole andare ma non saprà mai quante e quali variabili si accaniranno per impedire il raggiungimento della destinazione. 

Teen-movie sentimentale e notturno, gravato da una malattia genetica ereditaria che predispone all'insorgenza di carcinomi, Il sole a mezzanotte - Midnight Sun fa il suo lavoro e lo fa bene, esplorando l'abbagliamento del primo amore e applicando senza cadute i codici del genere: il montaggio spensierato a colpi di baci sotto le stelle, sotto i capelli sciolti e le lune piene, dentro bagni lunari e contro ostacoli drammatici che riconducono al duro principio di realtà. Diretto da Scott Speer, il romantic-drama di Katie e Charlie elude l'overdose e il côté sciropposo, le trappole della disgrazia e quelle della compassione, seguendo un'educazione sentimentale piena e fatale che ha voglia di vivere al di là delle difficoltà incontrate o imposte dalla sorte. Lui ha le spalle larghe (da nuotatore) e la mascella serrata, lei un candore verginale e una dolcezza risplendente più del sole che la uccide.
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sabato 11 agosto 2018

LORO 1


Faccendieri ambiziosi e imprenditori rampanti, cortigiane - vergini per niente candide che si offrono al drago, addestrate da molti anni di pubblicità sessiste e trasmissioni strillate - politici corrotti, giullari, acrobate: è il circo che sta intorno a Silvio Berlusconi, nella "rielaborazione e reinterpretazione a fini artistici" messa in scena da Paolo Sorrentino.

È davvero impossibile dare una valutazione di Lorobasandosi solo sulla prima parte, senza indicazioni su dove andrà a parare il film completo.
Tanto più che Loro 1 è già due film in uno. Il primo vede al centro, appunto, Loro, che non sono "quelli che contano", ma gli squallidi frequentatori del suk di cui sopra. Il principio è lo stesso de Il divo: raccontare un politico italiano di immenso potere evidenziando innanzitutto il sottomondo che lo circonda, al contempo sua emanazione e suo brodo di coltura. Il secondo, passata la metà del tempo filmico, vede al centro Lui-Lui, quel Silvio che viene nominato per la prima volta (e solo col nome proprio) a narrazione avviata. E se il mondo di 'Loro' è sovraffollato di figure minori (memorabile il cammeo di Ricky Memphis nei panni di uno dei tanti Ricucci dell'orto dei miracoli), quello di Lui-Lui è un eremo cui hanno accesso solo Veronica e Mariano Apicella (più un suo rivale di cui non sarebbe corretto anticipare il nome).

L'elemento di maggiore impatto drammaturgico in Loro 1 è la luce piatta che delinea un'umanità bidimensionale e del tutto priva di spessore. La fotografia di Luca Bigazzi, solitamente ansiosa di scavare nell'ombra, qui rimane saldamente in superficie, creando una maschera filmica paragonabile al cerone di Lui-Lui, al tatuaggio (sempre nell'effige di Lui-Lui) che compare sul fondoschiena di un'atletica concubina, e alla cartapesta che replica l'effige dei leader della sinistra nel patetico spettacolino messo in scena per il Loro diletto (c'è anche D'Alema, che più tardi fa un altro cammeo dentro un sacco della spazzatura).
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venerdì 13 luglio 2018

CINQUANTA SFUMATURE DI ROSSO


Anastasia e il suo principe, Christian Grey, convolano a nozze, e in un attimo, con un colpo di bacchetta, i discorsi tra loro si adeguano alla nuova situazione: lui non ha piacere che lei prenda il sole in topless, inoltre preferirebbe che cambiasse il suo cognome nell'indirizzo email del lavoro, da Steele in Grey, e che rientrasse a casa alla sera senza tergiversare per i fatti suoi. L'argomento figli, poi, meglio lasciarlo per il futuro, perché la sola idea lo fa sbiancare, nonostante in giro si dica che non abbia paura di nulla.

State per protestare? Per urlare alla misoginia e alla retroguardia? Allora non avete colto la più evidente delle sfumature, ma il film vi soccorre prontamente.
"Tutto" quel misbehaviour, quel fare la birichina, provocando il suo uomo nei suoi vari talloni d'Achille, serve solo e soltanto a "meritare" all'eroina del film un pretesto per l'ingresso nella stanza rossa e a far felici entrambi, ristabilendo per vie orizzontali la stabilità verticale dell'unione, come avviene tutti i santi i giorni da ogni parte del globo. 

Il terzo e ultimo capitolo della saga però, a suo modo, fa un passetto avanti: se, da un lato, infatti, l'inossidabile fedeltà di Anastasia alla religione del dialogo per appianare i dissapori fa di molte scene di questo film uno strumento da manuale di terapia di coppia, dall'altro lato, la sceneggiatura si svincola da qualsiasi necessità di giustificazione e le scene di sesso sbucano a intervalli regolari e irrazionali, come da prassi del soft porn. L'unico elemento che non trova spazio, in questo curioso ma tutto sommato comprensibile e umanissimo equilibrio, è quello del thriller: retaggio di un copricostume narrativo che non si ha avuto il coraggio di abbandonare del tutto, la linea che ripesca l'ex datore di lavoro di lei, invidioso di lui (come testimoniano gli occhi iniettati di sangue...) e per questo rapitore da strapazzo, è ridicola e perennemente uguale a se stessa. Serve giusto a fornire l'assist a Dakota Johnson per la battuta del film: "Leghiamolo!", dice una guardia del corpo. "Non ho niente", risponde affranta la collega. "Noi sì", rassicura tutti la protagonista. 
Però qualcosa è andato "sfumando", dal primo capitolo all'ultimo, ed è proprio l'erotismo. Il sadomasochismo non ha più spazio, nella red room ci si va a dormire da soli dopo aver litigato, il sesso è canonico, rapido, un siparietto nemmeno portato a termine, nell'infinta sequela di canzonette del film. Il finale suggerisce un ritorno alla origini, ma è troppo dettato, un'altra pagina di manuale.
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giovedì 7 giugno 2018

ARRIVANO I PROF


Il liceo Manzoni ha una percentuale così bassa di promossi alla maturità che il provveditore agli studi decide di dare un ultimatum al preside: se almeno metà gli studenti dell'ultimo anno in corso non supereranno l'esame finale l'istituto dovrà chiudere per sempre. Inoltre il provveditore fa un'altra proposta al preside: verranno chiamati al Manzoni i peggiori professori d'Italia ad insegnare ai peggiori fra gli alunni. Da queste due premesse si capisce che stiamo parlando di fantascienza: in Italia sarebbe impossibile che un provveditore faccia chiudere una scuola in base al numero dei promossi o bocciati, e ancor più impossibile sarebbe far accettare ad un preside la (non) logica secondo cui mandare i peggiori a insegnare ai peggiori dovrebbe sortire un effetto positivo.

Arrivano i prof è il remake di una commedia francese, Les Profs, e sembra che non ci si sia preoccupati di renderla anche solo minimamente credibile nel contesto della realtà italiana.
Fino alla prima mezz'ora però, pur nella sua dimensione totalmente improbabile, il gioco sembra funzionare: si ride alla presentazione dei professori più scalcagnati di sempre, si ride davanti alla docente d'inglese (Maria Di Biase) che tira i gessetti agli studenti, al docente di filosofia (Pietro Ragusa) totalmente avulso dalla realtà, all'insegnante di educazione fisica (il campione di arti marziali Alessio Sakara) che terrorizza gli studenti e a quello di scienze (Maurizio Nichetti) che, senza pronunciare parola, fa saltare in aria mezza scuola con i suoi esperimenti. A poco a poco però i nodi vengono al pettine.

Innanzitutto gli studenti sono un gruppetto incolore senza caratteristiche individuali distintive, il che vanifica l'enorme potenziale comico della squadra di professori scellerati a confronto con una classe di alunni altrettanto sbullonati (si pensi al Jeff Spicoli di Fuori di testa di Amy Heckerling o, per rimanere in Italia, all'alunno mosca de La scuola di Daniele Luchetti).

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martedì 8 maggio 2018

EVA


Bertrand è stato badante di un anziano scrittore a cui ha sottratto, al momento della morte, il testo inedito di uno spettacolo teatrale attribuendosene la paternità. Ottenuto il successo sul palcoscenico è ora messo sotto pressione dall'impresario che gli ha versato un cospicuo anticipo per una nuova pièce. Conosciuta del tutto per caso una misteriosa donna che si fa chiamare Eva e che si prostituisce chiedendo alti compensi, cerca di trarre dagli incontri con lei materia per una creatività di cui è privo.

All'origine di questo lavoro di Benoit Jacquot c'è un romanzo della Serie Noire datato 1946 scritto da James Hadley Chase. Da quel romanzo già Joseph Losey nel 1962 aveva tratto un film con lo stesso titolo avente al centro Jeanne Moreau.
La realizzazione fu travagliata da contrasti con la produzione che portarono a un'opera che non risulta tra le più ricordate nella filmografia del regista. Ora Jacquot, come era già accaduto con Diary of a Chambermaid, affronta la sfida di girare un film che è di fatto un remake cercando di far dimenticare l'originale. Va detto che la visione invita a condividere la posizione dei produttori che nel passato hanno convinto il regista a rinunciare all'impresa. 

È vero che Isabelle Huppert è diventata l'interprete privilegiata per chi voglia portare sullo schermo un personaggio femminile dalla sessualità non solare. Questo però invita inevitabilmente a fare un confronto tra l'età che la Moreau aveva quando accettò lo stesso ruolo e quella dell'attrice francese. Ognuno può andarsele a verificare rendendosi conto che, per quanto ben portata (come si usa dire) la differenza c'è e mette in gioco la tenuta complessiva della vicenda soprattutto se messa a confronto con Julia Roy che qui è la fidanzata del protagonista.
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