giovedì 27 aprile 2017
Billy Lynn – Un giorno da eroe
“Da quando ho realizzato La vita di Pi, ho capito che nel fare un film in 3D non basta aggiungere solo una dimensione, ma è necessaria una risoluzione che è possibile ottenere solo con un frame-rate molto più alto rispetto a quelli abituali. Il nostro modo di guardare le cose può diventare allora molto più profondo. Penso che il futuro sia davvero emozionante”.
Le parole di Ang Lee nell’introdurre la sua nuova fatica – tratta dal libro di Ben Fountain (È il tuo giorno, Billy Lynn!, minimumfax) – si scontrano, purtroppo, con la resa effettiva che il suo film avrà nelle sale italiane (ma anche negli altri paesi non sarà facile vederlo nella sua forma nativa).
Sì, perché quello che ci arriva è nulla più che un semplice, ennesimo film sul ritorno in patria di un soldato USA di stanza in Iraq celebrato come eroe, costretto a vivere un’esperienza tra il surreale e il grottesco durante l’intervallo di una partita NFL del Giorno del Ringraziamento. Nelle intenzioni di Ang Lee, invece, quella contrapposizione tra realtà e allucinazioni, tra sparatorie polverose e bombardamenti mediatici, andava risolta attraverso un’esperienza talmente immersiva da superare gli abituali concetti di fruizione: 120 fotogrammi al secondo, in 3D. Un film, per questo, ad oggi ingiudicabile. Ma, di sicuro, precursore di un nuovo modo di concepire la visione.
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domenica 16 aprile 2017
A United Kingdom
Donna bianca, uomo nero. Scriverlo così sembra oggi, almeno per una parte del mondo, una sola questione di colore della pelle, sancita ormai l’uguaglianza delle razze, i loro diritti: alla vita, alla giustizia, alla tutela della persona. L’apartheid è stato sconfitto in Sudafrica, eppure la resistenza contro questa vergogna altrove persiste. Ma siamo nel 1947, nella civilissima democrazia anglosassone, e interessi economici nonché intrallazzi politici possono imporsi sull’amore vero, profondo, che si dichiara.
A United Kingdom – L’amore che ha cambiato la storia, torna a un episodio clamoroso di quegli anni appena affrancati da una guerra e pronti a combattere con altre armi e su altri fronti. Se ne era quasi persa la memoria, almeno per chi non ha vissuto quei fatti attraverso le pagine dei giornali e il clamore suscitato. Portarlo sugli schermi è stato l’impegno encomiabile di Amma Asante. Si è imbattuta, affascinata, nella figura di Saretse Khama, studente di legge a Londra, pronto ad ereditare la corona e il trono del Bechuanaland – uno dei paesi allora considerati tra i più poveri del mondo, che diventerà nel 1966 l’attuale Botswana -, porzione arida di terra, ma ricchissima di diamanti, nell’Africa del Sud.
In un pub londinese, il regale giovanotto – interpretato da David Oyelowo – si imbatte nella semplice Ruth Williams – Rosamund Pike – , innamorandosene perdutamente, ricambiato. Una scelta del tutto naturale sposarsi, per i due, secondo le regole del cuore e della civiltà. Del tutto intollerabile, ipocritamente sconveniente, sia per il Parlamento inglese e gli interessi dell’Impero che cinicamente rappresenta, sia per i capi delle tribù laggiù, nel Paese africano. Un re nero, appunto, che tenta di affrancarsi dal guinzaglio britannico e una regina bianca che cerca di convivere con le tradizioni e farsi accettare da chi la rifiuta, perché il razzismo ha sempre una doppia faccia. Mentre il Sudafrica minaccia una invasione e il Regno Unito di stringere il cappio, cancellando del tutto quella parvenza di indipendenza, che allora si chiamava “protettorato”. Mentre l’opinione pubblica reagisce, spaccata. Lui può diventare re dopo aver tradito così il suo Paese, lei può condividerne le speranze di indipendenza quando per il suo colore rappresenta il nemico, l’altra pericolosa metà del mondo?
I fatti diedero ragione a loro, torto a tutti gli altri. La fermezza morale di Seretse nel dichiarare l’amore per il suo Paese e per la sua donna, nonostante un esilio a vita, gli valse il riconoscimento il rispetto sia dei britannici sia della sua gente, compreso uno zio col quale si riconcilierà. Tornato e incoronato portò la democrazia, venne eletto Presidente, ebbe figli, diffuse la modernità estraniandosi da quanto succedeva attorno negli Stati ai confini.
Dopo aver letto Colour Ban di Susan Williams, sei anni ha dedicato al film Amma Asante – figlia di immigrati ghanesi, si definisce una “Britannica Nera, dunque con più di una motivazione umana, e non solo artistica, per dedicarsi a questo soggetto -, ottenendo la possibilità di girare anche nel Parlamento inglese, oltre che nei luoghi africani dove realmente i fatti accaddero, i villaggi di Serowe e Palpaye. Luoghi che fanno parte della sua identità, oltre ad esserle assai cari.
Il film assume la duplice prospettiva “dell’altro”: Seretse è un estraneo tra le nebbiose strade di Londra, Ruth è una estranea sui sentieri di sabbia del Bechuana. Ma entrambi lottano per ciò in cui credono: il loro amore, un diverso futuro nelle relazioni tra i popoli e nel loro governo. Ci si domanda se poi tutta questa bontà, generosità e ottimismo abbiano portato ad un cambiamento nella gestione delle cose del mondo. L’Impero non c’è più, Mandela è un eroe, Seretse e Ruth pure. Ma l’uomo non è cambiato, sebbene i molti sforzi, tentati da pochi, per farlo.
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venerdì 7 aprile 2017
Life, Animated
Diretto concorrente di Fuocoammare ai prossimi Oscar, naturalmente nella categoria documentari, Life, animated di Roger Ross Williams racconta la storia vera di Owen Suskind, giovane statunitense affetto sin dall’età di tre anni da disturbi dell’apprendimento, successivamente classificati come una forma di autismo. Condannato dalle diagnosi a una totale incomunicabilità con il mondo circostante, Owen scopre pian piano, tramite la visione dei film classici d’animazione della Disney, un modo per entrare in relazione con la realtà. Peter Pan, Aladdin, la Sirenetta e il loro coloratissimo universo divengono, agli occhi del piccolo, la chiave per entrare nel mondo, gli strumenti attraverso cui decifrare le proprie emozioni e tornare a comunicare con la propria famiglia. Vivendo in prima persona i sentimenti, le azioni, le battute di personaggi di finzione, Owen e altri giovani affetti da simili disturbi dell’apprendimento riescono, ciascuno a suo modo, a superare l’isolamento di una realtà che sembra opprimere anche i normodotati con il suo brulicare inconcepibile di stimoli.
Più pertinente alla variante del documentario televisivo, con tanto d’interviste, che al documentario d’arte o cinema del reale che dir si voglia (Fuocoammare docet), l’opera del regista americano possiede, nonostante tutto, l’ammirevole solidità del romanzo di formazione e la leggerezza di approccio, e di ritmo, dei classici Disney che tanta parte rivestono nella vita e nella storia di Owen. Efficaci infine, benché minimali, le sequenze animate che s’innestano in alcuni momenti topici per accompagnare il mondo interiore del protagonista.
Di riflesso, un omaggio sommesso ma non per questo meno coinvolto, al cinema di animazione o, meglio, al cinema tout court. A ennesima riconferma, se ce ne fosse ancora bisogno, di come anche il cinema e l’arte, qualche volta, riescano a cambiare la vita. Quella di una singola esistenza, almeno. Ne sia testimone l’augurio espresso nel finale dai genitori di un Owen ormai adulto, augurio che è poi quello di ogni genitore, e cioè che i propri figli possano crescere indipendenti, anche quando rimarranno soli, e invecchiare serenamente.
Fonte: QUI
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