lunedì 27 marzo 2017
Cinquanta sfumature di nero
Almeno nel primo, involontariamente, si rideva, questo secondo film è così fatuo, vacuo, mortificante e castrante insieme – e non tirate fuori eros e thanatos, per favore – che le cose da fare sono due.
La prima, chiedersi se il nero sia davvero il colore di queste Cinquanta sfumature.
La seconda, mandare tutto in vacca, ovvero prendere per i fondelli questo sequel, diretto da James Foley, che riporta sul grande schermo la, ehm, letteratura di E. L. James due anni dopo Cinquanta sfumature di grigio (2015, regia di Sam Taylor-Johnson).
Strano ma vero, sfruculiando nella filmografia di Foley troviamo tutte le parole chiave di questo Fifty Shades Darker, tanto per ribadirne l’originalità: Amare con rabbia (Reckless, 1984); A distanza ravvicinata (At Close Range, 1986); Who’s That Girl? (1987); Più tardi al buio (After Dark, My Sweet, 1990); Americani (Glengarry Glen Ross, 1992); Un giorno da ricordare (Two Bits, 1995); Paura (Fear, 1996); L’ultimo appello (The Chamber, 1996); Perfect Stranger (2007). Shakerate e il film è (s)fatto.
Rimane, bonus track, da chiedersi come se la cavino i due attori: Dakota Johnson, figlia di Don e Melanie Griffith, con quelle labbra – siamo signori, e sul resto del corpicino serbiamo rigoroso silenzio – può dire tutto, dunque anche le insipidi battute di Anastasia Steele; Jamie Dornan, alias Christian Grey, ha messo su muscoli, e sarebbe un perfetto capomastro nelle Prealpi Bergamasche.
Nota a margine: cari E. L. James, maritino sceneggiatore Niall Leonard e Foley, non si può lanciare il sasso e nascondere la mano, ovvero non si può – si ricordi peraltro Bazin… – fotografare il sesso sparando al contempo una brutta musica quale diversivo e censura anticlimax.
Insomma, bisognerebbe crederci, ma qui non è dato: 115 minuti in cui vi troverete a pensare alle rate del mutuo, la spesa da fare, una mostra da vedere. E che la vita non è questo cinema, che il sesso non ha queste sfumature e… dov’è che ho parcheggiato?
Fonte: QUI
giovedì 16 marzo 2017
150 milligrammi
Una donna decisa a sfidare un colosso farmaceutico. Il coraggio di un medico di abbattere, rivelando al mondo la sconcertante verità, il muro di omertà che protegge gli ingenti e loschi affari di una grande azienda. Con queste semplici (ma toccanti) parole si potrebbe descrivere 150 milligrammi, film diretto da Emannuelle Bercot e tratto dal libro di Irène Frachon, pneumologa presso un ospedale di Brest (Francia), che ha rivelato la connessione tra numerosi decessi e l’assunzione di un farmaco dimagrante: Mediator. A vestire i panni del medico di ferro troviamo Sidse Babett Knudsen.
Il film, intriso di puro realismo, si presenta come un’indagine giudiziaria avviata dai medici bretoni nei confronti del colosso farmaceutico Servier. Almeno 500 le morti attestate. Il farmaco, dopo la lotta portata avanti dalla dott.ssa Frachon, è stato ritirato dal commercio. Sebbene il libro verità non abbia seguito sin da subito un fortunato percorso per via delle accuse mosse dall’azienda farmaceutica all’autrice, costretta a mutare il sottotitolo del suo libro da “Combien de morts?” a “Sous-titre censuré”, la realizzazione del film sembra dare nuova linfa a un’inquietante vicenda giudiziaria forse per troppo tempo tenuta nell’ombra. L’interpretazione straordinaria di Sidse Babett Knudsen agevola lo sviluppo narrativo della cupa vicenda presentando al pubblico un personaggio tanto tenace quanto professionale pronto a sfidare chiunque pur di far trionfare la verità.
150 milligrammi, presentato alla Festa del Cinema di Roma con il titolo originale La Fille de Brest, intreccia al suo interno medical drama e thriller giudiziario, senza mai tralasciare la realtà dei fatti e aprendo allo spettatore le grigie corsie d’ospedale all’interno del quale la trama ha luogo. La fotografia si mostra perfettamente in sintonia con l’evoluzione della storia narrata che, partendo da un cupo mistero, via via concede al piccolo gruppo di medici (definiti addirittura “provinciali”) uno spiraglio di luce. Un vero e proprio percorso dantesco quello affrontato dalla protagonista e dal suo team, che per far luce sull’inquientante vicenda dovranno affrontare dure prove e pressioni. Ma la verità, si sa, è schiacciante.
Film avvincente e ben sviluppato.
Fonte: QUI
lunedì 6 marzo 2017
Un re allo sbando
In concorso nella sezione Orizzonti alla 73. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Un Re allo sbando dei cineasti belgi Peter Brosen e Jessica Woodworth è un road movie intelligente, capace di mescolare al suo interno comicità, politica internazionale, dramma, scambio interculturale e religioso.
Il regista inglese Duncan Lloyd, incaricato dal Palazzo di ravvivare l’alquanto ingrigita immagine della monarchia, parte per una visita di Stato a Istanbul assieme a Re Nicolas III e al suo staff. Durante il soggiorno del re in Turchia, la Vallonia, la parte meridionale del Belgio, dichiara l’indipendenza. Il re deve immediatamente rientrare, ma un’improvvisa tempesta solare mette fuori uso le comunicazioni e il traffico aereo. Così Nicolas III, grazie a un folle piano ideato da Lloyd, riesce a eludere la sicurezza turca e a varcare il confine via terra. Ha così inizio un improvvisato viaggio attraverso i Balcani carico d’imprevisti, incontri inaspettati e momenti di pura euforia, che rappresentano una straordinaria occasione di rinascita e libertà per il re.
Quanto emerge da questo falso documentario è l’anima inquieta, consapevole di ricoprire un ruolo a lui non adatto, di un uomo introverso, timido e insicuro che si trova a dover affrontare una crisi di vaste proporzioni nel suo Paese, il Belgio. Ciò che i registi mirano a porre in evidenza sono pregi e difetti della loro nazione, il tutto attraverso la più alta carica politica e quindi rappresentativa del Paese. Più che una fuga verso casa, quella intrapresa dal re belga si presenta come un viaggio all’interno della propria individualità, un Tu per Tu avvenuto per caso ma che l’inconscio del Re reclamava da tempo. Assistiamo a un sovrano costretto a travestirsi e fingere di essere donna per scampare alle autorità, apprezzare la semplice cucina bulgara e mangiare kebab, muoversi con mezzi pubblici, prendere parte a una ricorrenza in un piccolo paese e improvvisarsi giornalista e conduttore televisivo. Conoscerà l’umiltà della povera gente, sarà toccato profondamente dall’ospitalità delle persone comuni, che pur non (ri)conoscendolo, lo accolgono e lo aiutano. Un vero e proprio viaggio spirituale che muterà, prima ancora che il re, l’uomo che si cela dietro la corona.
Una commedia divertente e al contempo profonda, come non se ne vedevano da tempo. Un road movie originale e toccante, realizzato con pochi mezzi e bravi attori che ancora una volta fa balzare agli onori di cronaca la coppia Brosen-Woodworth.
Fonte: QUI
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