lunedì 27 febbraio 2017

The Dinner


Dei romanzi europei contemporanei, La cena di Herman Koch è uno dei più rappresentati. The Dinner di Oren Moverman è la 3° versione cinematografica (dopo quella olandese e quella italiana di Ivano De Matteo, I nostri ragazzi) e arriva in concorso al festival di Berlino anche in virtù di un ricco cast capitanato da Richard Gere: ma anche perché è il più interessante dei film finora visti alla Berlinale.

La trama vede due fratelli (uno candidato alla carica di governatore, l’altro insegnante instabile) e le loro mogli radunati per una cena importante: si deve discutere di un evento drammatico che può cambiare la loro vita e quella dei loro figli. Quale sia questo evento e quali siano le dinamiche familiari in gioco la sceneggiatura (dello stesso regista) lo rivela attraverso flashback che si incastrano gli uni agli altri rendendo The Dinner un dramma familiare, sociologico e psicologico di una certa complessità, soprattutto grazie al lavoro di Moverman.

Il regista infatti, partendo da un bersaglio satirico un po’ facile come l’alta borghesia, la politica, i ristoranti di lusso e la loro retorica (il filo conduttore è quello di un maitre che presenta in modo molto affettato le portate), decide di lavorare più che sul racconto e sul dialogo – ferrei perché fedeli al romanzo – sull’immagine, sulla materia audiovisiva che compone il film, sui colori, le alterazioni e i diversi filtri, sul sound design rigoroso fatto di parole che s’intrecciano e suoni che interrompono il flusso, sulle inquadrature e i tempi spiazzanti (come l’uso ripetuto dello zoom che ridefinisce di continuo lo spazio dei personaggi).

Con un approccio quasi altmaniano, Moverman riesce a rendere in senso estetico il disagio e il malessere dei personaggi, avvicinandosi in modo intelligente agli eccessi, sia di stile che di racconto e anche se non mancano i fronzoli e le slabbrature, i passaggi a vuoto, il regista li usa per scavare nello spettatore, per lasciarlo dubbioso, per permettere al film di diventare realmente un discorso morale proprio evitando di imporre il proprio punto di vista. Moverman – più accredito come sceneggiatore che come regista – continua a comporre una propria poetica: di questa, The Dinner è uno dei risultati migliori.

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lunedì 20 febbraio 2017

Incarnate – Non potrai nasconderti


Oltre quarant’anni trascorsi, eppure la pellicola per eccellenza con protagonista il Principe delle Tenebre non smette di influenzare produzioni appartenenti al sottogenere satanic movie. Il titolo in questione è The Exorcist di Friedkin, recentemente adattato per il piccolo schermo con l’omonima e fortunata serie TV, e a omaggiare ancora una volta il lavoro tratto dal romanzo di William Peter Blatty è Jason Blum con Incarnate, diretto da Brad Peyton e con protagonisti Aaron Eckhart (Dr. Seth Ember), Carice Van Houten (Lindsay Sparrow) e David Mazouz (Cameron Sparrow).

Seth Ember è uno scienziato dotato della rara capacità di esorcizzare le menti delle persone possedute. Quando gli viene affidato il caso di un adolescente particolarmente tormentato, rimane sconvolto nello scoprire che dentro di lui si annida lo stesso spirito maligno responsabile della morte dei suoi affetti più cari: sua moglie e suo figlio. Il Dott. Ember farà di tutto per salvare la vita del giovane ragazzo e distruggere il demone prima che il mondo interno venga messo in pericolo dalla sua ferocia. Riuscirci significherebbe inoltre redimersi e iniziare finalmente a vivere una nuova vita.

Come nel capostipite, Incarnate non rinuncia all’elemento traumatico, nonché portante, vero e proprio tormento del protagonista sotto forma demoniaca. Ma se nel film di Friedkin a “possedere” Karras è il senso di colpa per l’abbandono dell’anziana madre, nel recente (quanto superfluo) Incarnate a perseguitare il dr. Ember è la scomparsa, per incidente stradale (quando l’originalità è tutto!!) di moglie e figlio, non a caso riflessi nelle figure di Lindsay Sparrow e del figlio Cameron, che soccorrerà.

Il copione di Ronnie Christensen tenta una sterzata nella speranza di apportare qualcosa di originale, ma l’operazione non riesce e se i rimandi a Friedkin sembrano pian piano venir meno per poi ricomparire clamorosamente sul finale (il sacrificio di Ember ricorrendo alla defenestrazione per uccidere l’entità), confermando quanto sinora affermato, ecco cedere il passo a Insidious e al discreto Deliver us from evil di Derrickson. Se la saga diretta da Wan è palesemente citata nei viaggi onirici del protagonista nella mente dei posseduti, dove è più semplice “sfrattare” l’entità, il titolo di Derrickson lo si ritrova facilmente nella costruzione dei personaggi, tanto poco convenzionali quanto stereotipati (un non credente dedito a escorcismi, una coppia di metallari, un padre violento, un uomo tormentato dal passato…).

Le poche novità, che poi tanto nuove non sono, consistono nell’assenza di un demone specifico o già evocato, nel protagonista privo di abito clericale e nell’utilizzo del termine “sfratto” anziché “esorcismo”. Che il film diretto da Peyton abbia voluto concentrarsi più sul subconscio, rendendo complessi i veri demoni, è un elemento apprezzabile, ma che non lascia gridare al miracolo in quanto esperimento già testato. Gli effetti speciali e visivi, pochi, ripetuti e per niente d’impatto, servono a poco e il cast tecnico non sembra sforzarsi minimamente. Insomma, Incarnate merita uno sfratto!

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lunedì 13 febbraio 2017

Django



È un film sul nazismo Django, prima che una biografia di Django Reinhardt. Étienne Comar apre il 67° festival di Berlino con un film che prende una vita celebre, quella del più grande chitarrista jazz e uno dei maggiori musicisti di ogni tempo, e la tramuta nel racconto di un altro olocausto, quello del popolo gitano.

Il film racconta infatti il rapporto di Reinhardt con il nazismo, quando rifiutandosi di eseguire un concerto per lo stato maggiore del Reich con Goebbels in prima fila, fu costretto alla fuga con la famiglia: e qui tornarono in primo piano le origini zingare del musicista e la sofferenza del suo popolo durante il dominio di Hitler. Scritto dal regista con Alexis Salatko, Django non è quindi un biopic, ma parte da una porzione della biografia di Reinhardt per realizzare un dramma storico di sentimenti esemplari e urgenze civili e politiche che sembrano dover tornare d’attualità tra trumpismi e varie voglie di muri.

Nonostante questa scelta narrativa, Django nella prima parte sa dipingere un interessante ritratto d’artista, indeciso tra collaborazionismo e ribellione più per egoismo e convenienza che per convinzione politica, in cui prima che il rispetto per la razza umana viene il rispetto per la musica e per ciò che comporta, come dar da mangiare a sé stessi e alla famiglia. Ovviamente la “riconversione” del film porta Comar a rendere queste asperità funzionali al crescendo emotivo fatto di speranze di fuga e tradimenti, ma la chiusura di nuovo sulla musica (il Requiem finale, composto per i fratelli gitani e la cui partitura andò perduta) fa in qualche modo da quadratura del cerchio.

Un film medio, ben fatto, convenzionale e doveroso, con più di una caduta di tono e qualche momento felice, che più che sulle spalle del regista o del bravo protagonista Reda Kateb sembra reggersi su quelle delle sue protagoniste femminili: Cécile De France – l’amante doppiogiochista – e  la rivelazione Palya Bea, cantante folk ungherese e qui perfetta nel ruolo della moglie di Reinhardt. I poli femminili da cui passano perdizione e redenzione. Idea forse antiquata, ma ancestrale e per questo efficace.

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