mercoledì 2 agosto 2017

CABLE GIRLS




Quattro donne, gli anni '30, aria di ribellione: da una parte la rivoluzione tecnologica che passa attraverso i cavi di un centralino telefonico, dall'altra la rivoluzione dei costumi, che si consuma (anche) rompendo il tabù di una gonna un po' più corta del "normale". 

Alla regia Carlos Sedes e David Pinillos (Velvet, Grand Hotel), nei ruoli delle quattro protagoniste la star Blanca Suárez (El barco, El internado), Nadia de Santiago (Musarañas, Amar es para siempre), Ana Fernández (Los protegidos) e Maggie Civantos (Vis a vis).
Rilasciata in 190 paesi da Netflix a partire dal 28 aprile, Cable Girls è la prima serie originale del colosso del video on demand prodotta in Spagna.

I PERSONAGGI
Già rinnovata per una seconda stagione, Cable Girls si ambienta nella Madrid del 1929, all'interno del grattacielo che ospita la sede della neonata Compagnia de Telefonia. All'interno di queste stanze si muovono i destini delle quattro protagoniste Lidia, Carlota, Ángeles e María Inmaculada detta Marga, appena assunte come centraliniste.
Quattro caratteri femminili molto diversi per quattro donne che si troveranno, spesso loro malgrado, a essere testimoni dei segreti e degli intrighi politici che corrono lungo le linee telefoniche.

Dalla protagonista Lidia, in fuga da un misterioso passato, a Carlota, figlia ribelle di un militare, passando per Ángeles, apparentemente sottomessa al marito, e la campagnola Maria, le quattro colleghe/amiche sono accomunate da un identico destino: quello di affermare la propria indipendenza ed emanciparsi in una società ancora troppo al maschile.

IL MOOD
Lontana più psicologicamente che temporalmente dalla dittatura di Franco, la Madrid de Cable Girls è una città da un milione di abitanti, moderna, nel boom dello sviluppo architettonico e piena di fiducia nel futuro. Nascono in quegli anni interi quartieri per ospitare il nuovo proletariato urbano (Ventas, Tetuán), si inaugura la Gran Via per decongestionare il centro storico dove il traffico è già stato "alleggerito" dalla nuovissima metropolitana, mentre poco lontano dal Palazzo Reale nasce la Ciudad Universitaria.
La compagnia telefonica della serie è la prima a portare in città la rivoluzionaria forma di comunicazione a distanza, trovando naturalmente posto nel primo grattacielo mai costruito in città.

Ma a far da protagonista nelle otto puntate della prima stagione, inevitabilmente, è anche la moda femminile anni '20 e '30: cappellini, copricapo e velette, gonne al ginocchio e camicie, reggiseni a fascia per coprire rigorosamente le forme. Perché nella Madrid di fine anni venti, vale la pena di ricordarlo, le donne non solo non erano libere di indossare quel che volevano, ma dovevano regolarsi su canoni differenti a seconda del lavoro (eventualmente) intrapreso. Ammesso che lo trovassero - e che i loro mariti fossero d'accordo.

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martedì 18 luglio 2017

Girlboss


d appena 28 anni, Sophia Amoruso è milionaria. Fino a pochi anni prima si era sempre data da fare con piccoli lavoretti, spesso abbandonati a causa di un modo di fare tutto suo, talvolta irresponsabile, mai convenzionale. Senza denaro, prossima allo sfratto e a un passo dalla disperazione, si accorge che rivendere abiti vintage su e-bay, nell'era di Internet, potrebbe portarle notevoli guadagni. Tutto ciò che dovrà fare è selezionare i capi di abbigliamento e trovare un luogo dove acquistarne di nuovi a poco prezzo: operazione che inizialmente le sembrerà più semplice di quanto si rivelerà poi essere. Inizierà così, praticamente da sola, contro tutti e con il suo caratteraccio, a costruire un impero che prende il nome di Nasty Gal.
Girlboss si basa sull'autobiografia #Girlboss di Sophia Amoruso. La Sophia reale e quella seriale hanno altro in comune: entrambe sono consapevoli di essere verbalmente troppo aggressive, troppo spigolose, troppo indigeste. 
La Nasty Gal è oggi un'impresa on-line da 100 milioni di dollari, che dà lavoro a circa 350 dipendenti. Il vero valore dell'azienda, tuttavia, è nel messaggio che la sua stessa esistenza veicola: è un qualcosa che nasce dal nulla, grazie al talento e alla caparbietà di una ragazza - Sophia Amoroso - che è cresciuta in strada. È una realtà, insomma, che testimonia come il sogno americano sia ancora oggi più che mai vivo.

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mercoledì 5 luglio 2017

TREDICI


Tratta dai bestseller di Jay Asher, la serie originale Netflix Tredici racconta la storia di Clay Jensen (Dylan Minnette), un ragazzo che al ritorno dalla scuola trova sulla porta di casa una misteriosa scatola con su scritto il suo nome. Nella scatola scopre delle cassette registrate da Hannah Baker, una compagna di classe per la quale aveva una cotta e che si è suicidata due settimane prima. Nelle registrazioni, Hannah spiega le tredici ragioni che l'hanno spinta a togliersi la vita. Clay è forse tra queste?

Pubblicato nel 2007 con la grafia "Th1rteen R3asons Why", il romanzo di Jay Asher è stato un grande successo negli States e in occasione della serie Tredici a cui ha dato origine, disponibile su Netflix, ne è stata ripubblicata - anche in Italia da Mondadori - una edizione speciale per il decennale. Il libro consta di meno di trecento pagine e racconta una sola giornata, durante la quale il giovane protagonista Clay Jensen ascolta le tredici incisioni lasciate da Hannah Baker dopo il suo suicidio. 
Si tratta in sostanza di un duetto di voci, quella registrata di Hannah e quella interiore di Clay, che interviene a commentare con il proprio flusso di coscienza di dubbi, riflessioni e ricordi. In termini di azione non succede quasi nulla, a parte per Clay che evita i propri genitori e attraversa la cittadina (una "american small town" come tante altre) seguendo la mappa lasciata da Hannah.

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lunedì 26 giugno 2017

IRON FIST


Danny Rand (Finn Jones - Game of Thrones) aveva 10 anni quando l'aereo privato con a bordo suo padre Wendell e sua madre Heather, si schiantò misteriosamente sulle montagne dell'Himalaia.
Unico superstite dell'incidente, Danny viene salvato da un gruppo di monaci guerrieri e portato nella misteriosa città di K'un-Lun; grazie all'addestramento dei monaci e alle brutali condizioni del luogo, diventa un valoroso guerriero.
Dopo 14 anni decide di tornare a New York, per ricongiungersi agli amici di infanzia che considera come una famiglia, Ward and Joy Meachum, figli del socio del padre di Danny. Intenzionato a prendersi il posto che gli spetta nella multinazionale fondata da suo padre, la Rand Enterprise, che viene adesso gestita dalla famiglia Meachum. La serie si concentra sul come Danny Rand sia diventato l'Iron Fist, sull'esperienza a K'un-Lun - reale o immaginaria - e su tutte le vicende che porteranno a fare luce riguardo la morte dei suoi genitori.
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domenica 18 giugno 2017

LA BELLA E LA BESTIA


Ventisei anni dopo il film d'animazione che per primo sfondò la barriera della nomination all'Oscar come Miglior Film, la Disney torna su quei luoghi incantanti: il villaggio francese di Belle e il castello stregato della Bestia, dove un orologio, un candelabro, una teiera e la sua tazzina, il piccolo Chicco, trascorrono l'esistenza prede di un sortilegio, sperando che non cada anzitempo l'ultimo petalo di una rosa o non torneranno mai più umani.
Il film di Bill Condon arriva evidentemente sull'onda degli altri remake in live action dei classici Disney, ma sceglie una strada differente rispetto, per esempio, alla revisione di Cenerentola firmata da Kenneth Branagh.
Il nuovo La bella e la bestia non reinventa quasi nulla, e laddove lo fa, nel prologo settecentesco, nell'introduzione di un paio di personaggi e di alcuni interpreti di colore, non opera modifiche particolarmente incisive e sembra piuttosto obbedire a qualche legge morale o hollywoodiana, che ha poco a che vedere col materiale creativo. Al contrario, il film di Condon segue piuttosto alla lettera il precedente animato, riprendendone il copione, il libretto musicale, le stesse inquadrature. Si può non comprendere fino in fondo la natura di questa scommessa, si può ragionevolmente ipotizzare che la logica sia in tutto commerciale, ma non si può non ammetterne il successo finale. In un momento in cui l'animazione ha preso strade più stratificate e sperimentali, spronata dalla rivoluzione Pixar, anche al più moderno dei classici Disney non nuoce una rinfrescatina, e qui c'è abbastanza entusiasmo per un'intera boccata d'aria fresca.
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domenica 4 giugno 2017

47 Metri


Due giovani sorelle - Lisa e Kate - sono in vacanza in una località marina in Messico. La situazione sarebbe ideale per svagarsi alla grande, ma Lisa è turbata per essere stata lasciata dal suo fidanzato. Così Kate, la più disinvolta delle due, cerca di farla divertire portandola fuori di notte a spassarsela. Due giovani messicani propongono alle ragazze di provare lo sballo di un'immersione in una gabbia in un luogo infestato da squali: totalmente sicuro, totalmente avvincente. Lisa, preoccupata, è titubante, ma dato che è stata lasciata dal fidanzato proprio perché ritenuta noiosa, decide, spinta dalla sorella, di tentare la botta di vita. Quando vede la vecchia gabbia arrugginita del "capitano" Taylor, Lisa è di nuovo colta da dubbi, ma Kate è risoluta: l'avventura va vissuta. In mare aperto vengono gettate le esche per attirare gli squali che subito arrivano. Poi le ragazze si calano in mare dentro la gabbia per potersi godere la vista degli squali al sicuro della loro protezione. Ma per un problema tecnico la gabbia precipita a 47 metri di profondità e le ragazze si trovano nei guai con poca aria e troppi squali.
I pescecani sono un perfetto emblema del terrore sin dai tempi de Lo squalo (e anche da prima). Silenziosi e famelici, rappresentano, nei film, una minaccia contro la quale è difficile difendersi. Per questo motivo, i film con gli squali sono diventati un nutrito sottogenere, tendenzialmente piuttosto ripetitivo. Vi sono però delle varianti, talvolta.
47 metri appartiene a esse, mettendo in scena una situazione che presenta analogie con altri squalo-movies atipici come Open Water e Paradise Beach - Dentro l'incubo, ma con sufficiente originalità nello spunto. 
L'inglese Johannes Roberts è uno specialista dell'horror, pur non avendo un pedigree di particolare brillantezza: qui maneggia con abilità una situazione interessante, da claustrofobia in spazio aperto, in un tour de force registico nel quale trova tempi e modi adeguati per produrre momenti di tensione e spavento senza però mai mettere in secondo piano l'aspetto umano, che ci porta a temere per la sorte delle due protagoniste alle prese con qualcosa di più grande di loro. La tensione viene mantenuta piuttosto alta e convincente: talvolta il film traccheggia per la poca sostanza narrativa (è soprattutto un film di situazione), ma riesce a rendere con efficacia la solitudine e la disperazione delle ragazze di fronte a una natura ostile per la quale sono solo cibo per squali.
Pur senza essere particolarmente sottile nella descrizione delle psicologie, inoltre, il film è capace anche di fornire un ritratto convincente del legame che unisce le due sorelle, diverse nel carattere, ma solidali e profondamente affezionate. E l'incertezza in cui versano, insicure sullo stato delle cose in superficie (sono state abbandonate o qualcuno le cerca?), aggiunge ulteriori elementi di suspense. Certo l'elenco delle cose che vanno storte è un po' troppo lungo e ciò detrae un po' di credibilità dalla vicenda, ma nell'insieme il film è molto realistico, avvincente, teso e dotato anche di un buon colpo di scena finale che chiude in modo adeguato la storia. Buona la prova del cast con Mandy Moore e Claire Holt in buona evidenza e la simpatica partecipazione di una vecchia volpe del cinema hollywoodiano come Matthew Modine - lontano dai fasti di Full Metal Jacket, ma ancora in gamba - nei panni di un lupo di mare dall'attrezzatura un po' troppo corrosa dalla salsedine.
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martedì 30 maggio 2017

Cuori Puri


Agnese compie i diciotto anni mentre vive con una madre molto devota e frequenta la parrocchia locale dove sta per compiere una promessa di castità fino al giorno delle nozze. Stefano ha venticinque anni, un passato difficile e un presente in cui deve cercare di conservare l'incarico di custode di un parcheggio che confina con un campo rom. La sua famiglia sta per essere sfrattata e ha bisogno del suo aiuto. Il loro incontro farà nascere un sentimento speciale che implica delle scelte importanti, in particolare per Agnese.
Era da tempo che non compariva sugli schermi un'opera prima così intensa e così carica di un realismo che si fa cinema ad ogni inquadratura.
A partire dall'inseguimento iniziale: una corsa in cui Stefano, addetto al controllo in un centro commerciale, insegue Agnese che ha rubato un cellulare di scarso valore. È il loro primo incontro ma non è l'inizio di un idillio. È solo il prologo di un percorso irto di ostacoli. Perché il microcosmo che li circonda non è loro di aiuto. De Paolis si libera da tutti i presunti doveri del politically correct, quelli per intendersi, che fanno gridare allo scandalo gli ipocriti che vorrebbero dipingere la realtà così come non è. In questo film i rom non sono tutti buoni così come gli sfrattati non sono solo vittime e le buone intenzioni non necessariamente conducono a quella Verità che potrebbe farci liberi. 

Agnese è chiusa in una gabbia che non ha pareti ma che, grazie a una madre ossessionata da una religiosità pervasiva, la rinchiude apparentemente senza via di scampo. Questo senza che ci sia la necessità di rappresentare l'ambito parrocchiale come un luogo retrogrado e conservatore. Don Luca è un sacerdote che crede sinceramente a ciò che propone ai ragazzi, ne conosce le difficoltà in senso generale ma non entra mai in una dinamica di comprensione del singolo se non per una reprimenda sul furto.
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martedì 9 maggio 2017

La battaglia di Hacksaw Ridge



Nel nome del Padre, del Figlio e del globulo rosso. La retorica scorre a fiumi, di sangue. La Bibbia è brandita come un’arma, che di questi tempi… Eppure, il ritorno alla regia di Mel Gibson, Hacksaw Ridge, convince, e non poco. Le scene di battaglia, Okinawa, fronte del Pacifico, secondo conflitto mondiale, sono le migliori, e di gran lunga, girate da anni a questa parte: instant cult quella con Luke Bracey che per difendersi dal fuoco nemico si fa scudo di un commilitone ridotto a tronco umano e va all’assalto dei giapponesi.

Statene pur certi, ne risentiremo parlare agli Oscar e compagnia dorata, a partire dalla prova di Andrew Garfield, che smette la calzamaglia di Spider-Man ma non i superpoteri: “Buon Dio fammene trovare ancora uno”, e così il suo Desmond Doss salvò 75 uomini senza sparare un solo colpo. Avventista, fermamente convinto che la guerra fosse una scelta giustificata, ma che uccidere fosse sbagliato, combatté in prima linea senza imbracciare arma: fu il primo obiettore di coscienza insignito della Medaglia d’Onore del Congresso, la più alta onorificenza militare americana.

Nel cast Teresa Palmer, Vince Vaughn, Hugo Weaving, La battaglia di Hacksaw Ridge ibrida e loda patria e famiglia (il padre vet e ubriacone Weaving è super), guerra e amore (Palmer, graziosa), fede e spada, plasma e piastrine. Ovvio, Gibson non arretra mai la macchina da presa, la getta oltre l’ostacolo e dentro le budella, perché osceno e fuori scena per lui non sono sinonimi ma contrari. Ma, va detto, tirando queste sassate allo stomaco nemmeno toglie la mano: ci crede, non è un ipocrita, ma un estremista, è già qualcosa.

Crede, sì, in Dio, patria ed emoglobina. E coerentemente agisce: lancia in resta, scova e celebra questo guerriero senza pistola, che non fece vittime ma salvati tra i suoi commilitoni, gli stessi che avevan fatto di tutto per negargli la possibilità di servire il Paese come voleva, ovvero senza colpo ferire. Già, Desmond Doss è il Salvatore, di una nuova Passion(e).

Poco importa (dell’ideologia), lo spettacolo c’è, e le coreografie belliche valgono, da sole, il prezzo del biglietto. Piuttosto, per espiare i suoi tanti peccati, Gibson dovrebbe girare uno spot a gratis per l’Avis. Di sangue ne sa a pacchi: anziché sprecarlo, aiuti a donarlo.

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giovedì 27 aprile 2017

Billy Lynn – Un giorno da eroe




“Da quando ho realizzato La vita di Pi, ho capito che nel fare un film in 3D non basta aggiungere solo una dimensione, ma è necessaria una risoluzione che è possibile ottenere solo con un frame-rate molto più alto rispetto a quelli abituali. Il nostro modo di guardare le cose può diventare allora molto più profondo. Penso che il futuro sia davvero emozionante”.

Le parole di Ang Lee nell’introdurre la sua nuova fatica – tratta dal libro di Ben Fountain (È il tuo giorno, Billy Lynn!, minimumfax) – si scontrano, purtroppo, con la resa effettiva che il suo film avrà nelle sale italiane (ma anche negli altri paesi non sarà facile vederlo nella sua forma nativa).

Sì, perché quello che ci arriva è nulla più che un semplice, ennesimo film sul ritorno in patria di un soldato USA di stanza in Iraq celebrato come eroe, costretto a vivere un’esperienza tra il surreale e il grottesco durante l’intervallo di una partita NFL del Giorno del Ringraziamento. Nelle intenzioni di Ang Lee, invece, quella contrapposizione tra realtà e allucinazioni, tra sparatorie polverose e bombardamenti mediatici, andava risolta attraverso un’esperienza talmente immersiva da superare gli abituali concetti di fruizione: 120 fotogrammi al secondo, in 3D. Un film, per questo, ad oggi ingiudicabile. Ma, di sicuro, precursore di un nuovo modo di concepire la visione.

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domenica 16 aprile 2017

A United Kingdom




Donna bianca, uomo nero. Scriverlo così sembra oggi, almeno per una parte del mondo, una sola questione di colore della pelle, sancita ormai l’uguaglianza delle razze, i loro diritti: alla vita, alla giustizia, alla tutela della persona. L’apartheid è stato sconfitto in Sudafrica, eppure la resistenza contro questa vergogna altrove persiste. Ma siamo nel 1947, nella civilissima democrazia anglosassone, e interessi economici nonché intrallazzi politici possono imporsi sull’amore vero, profondo, che si dichiara.

A United Kingdom – L’amore che ha cambiato la storia, torna a un episodio clamoroso di quegli anni appena affrancati da una guerra e pronti a combattere con altre armi e su altri fronti.  Se ne era quasi persa la memoria, almeno per chi non ha vissuto quei fatti attraverso le pagine dei giornali e il clamore suscitato. Portarlo sugli schermi è stato l’impegno encomiabile di Amma Asante. Si è imbattuta, affascinata, nella figura di Saretse Khama, studente di legge a Londra, pronto ad ereditare la corona e il trono del Bechuanaland – uno dei paesi allora considerati tra i più poveri del mondo, che diventerà nel 1966 l’attuale Botswana -, porzione arida di terra, ma ricchissima di diamanti, nell’Africa del Sud.

In un pub londinese, il regale giovanotto – interpretato da David Oyelowo – si imbatte nella semplice Ruth Williams – Rosamund Pike – , innamorandosene perdutamente, ricambiato. Una scelta del tutto naturale sposarsi, per i due, secondo le regole del cuore e della civiltà. Del tutto intollerabile, ipocritamente sconveniente, sia per il Parlamento inglese e gli interessi dell’Impero che cinicamente rappresenta, sia per i capi delle tribù laggiù, nel Paese africano. Un re nero, appunto, che tenta di affrancarsi dal guinzaglio britannico e una regina bianca che cerca di convivere con le tradizioni e farsi accettare da chi la rifiuta, perché il razzismo ha sempre una doppia faccia. Mentre il Sudafrica minaccia una invasione e il Regno Unito di stringere il cappio, cancellando del tutto quella parvenza di indipendenza, che allora si chiamava “protettorato”. Mentre l’opinione pubblica reagisce, spaccata. Lui può diventare re dopo aver tradito così il suo Paese, lei può condividerne le speranze di indipendenza quando per il suo colore rappresenta il nemico, l’altra pericolosa metà del mondo?

I fatti diedero ragione a loro, torto a tutti gli altri. La fermezza morale di Seretse nel dichiarare l’amore per il suo Paese e per la sua donna, nonostante un esilio a vita,  gli valse il riconoscimento il rispetto sia dei britannici sia della sua gente, compreso uno zio col quale si riconcilierà. Tornato e incoronato portò la democrazia, venne eletto Presidente, ebbe figli, diffuse la modernità estraniandosi da quanto succedeva attorno negli Stati ai confini.

Dopo aver letto Colour Ban di Susan Williams, sei anni ha dedicato al film Amma Asante – figlia di immigrati ghanesi, si definisce una “Britannica Nera, dunque con più di una motivazione umana, e non solo artistica, per dedicarsi a questo soggetto -, ottenendo la possibilità di girare anche nel Parlamento inglese, oltre che nei luoghi africani dove realmente i fatti accaddero, i villaggi di Serowe e Palpaye. Luoghi che fanno parte della sua identità, oltre ad esserle assai cari.

Il film assume la duplice prospettiva “dell’altro”: Seretse è un estraneo tra le nebbiose strade di Londra, Ruth è una estranea sui sentieri di sabbia del Bechuana. Ma entrambi lottano per ciò in cui credono: il loro amore, un diverso futuro nelle relazioni tra i popoli e nel loro governo. Ci si domanda se poi tutta questa bontà, generosità e ottimismo abbiano portato ad un cambiamento nella gestione delle cose del mondo. L’Impero non c’è più, Mandela è un eroe, Seretse e Ruth pure. Ma l’uomo non è cambiato, sebbene i molti sforzi, tentati da pochi, per farlo.

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venerdì 7 aprile 2017

Life, Animated



Diretto concorrente di Fuocoammare ai prossimi Oscar, naturalmente nella categoria documentari, Life, animated di Roger Ross Williams racconta la storia vera di Owen Suskind, giovane statunitense affetto sin dall’età di tre anni da disturbi dell’apprendimento, successivamente classificati come una forma di autismo. Condannato dalle diagnosi a una totale incomunicabilità con il mondo circostante, Owen scopre pian piano, tramite la visione dei film classici d’animazione della Disney, un modo per entrare in relazione con la realtà. Peter Pan, Aladdin, la Sirenetta e il loro coloratissimo universo divengono, agli occhi del piccolo, la chiave per entrare nel mondo, gli strumenti attraverso cui decifrare le proprie emozioni e tornare a comunicare con la propria famiglia. Vivendo in prima persona i sentimenti, le azioni, le battute di personaggi di finzione, Owen e altri giovani affetti da simili disturbi dell’apprendimento riescono, ciascuno a suo modo, a superare l’isolamento di una realtà che sembra opprimere anche i normodotati con il suo brulicare inconcepibile di stimoli.

Più pertinente alla variante del documentario televisivo, con tanto d’interviste, che al documentario d’arte o cinema del reale che dir si voglia (Fuocoammare docet), l’opera del regista americano possiede, nonostante tutto, l’ammirevole solidità del romanzo di formazione e la leggerezza di approccio, e di ritmo, dei classici Disney che tanta parte rivestono nella vita e nella storia di Owen. Efficaci infine, benché minimali, le sequenze animate che s’innestano in alcuni momenti topici per accompagnare il mondo interiore del protagonista.

Di riflesso, un omaggio sommesso ma non per questo meno coinvolto, al cinema di animazione o, meglio, al cinema tout court. A ennesima riconferma, se ce ne fosse ancora bisogno, di come anche il cinema e l’arte, qualche volta, riescano a cambiare la vita. Quella di una singola esistenza, almeno. Ne sia testimone l’augurio espresso nel finale dai genitori di un Owen ormai adulto, augurio che è poi quello di ogni genitore, e cioè che i propri figli possano crescere indipendenti, anche quando rimarranno soli, e invecchiare serenamente.

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lunedì 27 marzo 2017

Cinquanta sfumature di nero



Almeno nel primo, involontariamente, si rideva, questo secondo film è così fatuo, vacuo, mortificante e castrante insieme – e non tirate fuori eros e thanatos, per favore – che le cose da fare sono due.

La prima, chiedersi se il nero sia davvero il colore di queste Cinquanta sfumature.

La seconda, mandare tutto in vacca, ovvero prendere per i fondelli questo sequel, diretto da James Foley, che riporta sul grande schermo la, ehm, letteratura di E. L. James due anni dopo Cinquanta sfumature di grigio (2015, regia di Sam Taylor-Johnson).

Strano ma vero, sfruculiando nella filmografia di Foley troviamo tutte le parole chiave di questo Fifty Shades Darker, tanto per ribadirne l’originalità: Amare con rabbia (Reckless, 1984); A distanza ravvicinata (At Close Range, 1986); Who’s That Girl? (1987); Più tardi al buio (After Dark, My Sweet, 1990); Americani (Glengarry Glen Ross, 1992); Un giorno da ricordare (Two Bits, 1995); Paura (Fear, 1996); L’ultimo appello (The Chamber, 1996); Perfect Stranger (2007). Shakerate e il film è (s)fatto.

Rimane, bonus track, da chiedersi come se la cavino i due attori: Dakota Johnson, figlia di Don e Melanie Griffith, con quelle labbra – siamo signori, e sul resto del corpicino serbiamo rigoroso silenzio – può dire tutto, dunque anche le insipidi battute di Anastasia Steele; Jamie Dornan, alias Christian Grey, ha messo su muscoli, e sarebbe un perfetto capomastro nelle Prealpi Bergamasche.

Nota a margine: cari E. L. James, maritino sceneggiatore Niall Leonard e Foley, non si può lanciare il sasso e nascondere la mano, ovvero non si può – si ricordi peraltro Bazin… – fotografare il sesso sparando al contempo una brutta musica quale diversivo e censura anticlimax.

Insomma, bisognerebbe crederci, ma qui non è dato: 115 minuti in cui vi troverete a pensare alle rate del mutuo, la spesa da fare, una mostra da vedere. E che la vita non è questo cinema, che il sesso non ha queste sfumature e… dov’è che ho parcheggiato?

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giovedì 16 marzo 2017

150 milligrammi




Una donna decisa a sfidare un colosso farmaceutico. Il coraggio di un medico di abbattere, rivelando al mondo la sconcertante verità, il muro di omertà che protegge gli ingenti e loschi affari di una grande azienda. Con queste semplici (ma toccanti) parole si potrebbe descrivere 150 milligrammi, film diretto da Emannuelle Bercot e tratto dal libro di Irène Frachon, pneumologa presso un ospedale di Brest (Francia), che ha rivelato la connessione tra numerosi decessi e l’assunzione di un  farmaco dimagrante: Mediator. A vestire i panni del medico di ferro troviamo Sidse Babett Knudsen.
Il film, intriso di puro realismo, si presenta come un’indagine giudiziaria avviata dai medici bretoni nei confronti del colosso farmaceutico Servier. Almeno 500 le morti attestate. Il farmaco, dopo la lotta portata avanti dalla dott.ssa Frachon, è stato ritirato dal commercio. Sebbene il libro verità non abbia seguito sin da subito un fortunato percorso per via delle accuse mosse dall’azienda farmaceutica all’autrice, costretta a mutare il sottotitolo del suo libro da “Combien de morts?” a  “Sous-titre censuré”, la realizzazione del film sembra dare nuova linfa a un’inquietante vicenda giudiziaria forse per troppo tempo tenuta nell’ombra. L’interpretazione straordinaria di Sidse Babett Knudsen agevola lo sviluppo narrativo della cupa vicenda presentando al pubblico un personaggio tanto tenace quanto professionale pronto a sfidare chiunque pur di far trionfare la verità.
150 milligrammi, presentato alla Festa del Cinema di Roma con il titolo originale La Fille de Brest, intreccia al suo interno medical drama e thriller giudiziario, senza mai tralasciare la realtà dei fatti e aprendo allo spettatore le grigie corsie d’ospedale all’interno del quale la trama ha luogo. La fotografia si mostra  perfettamente in sintonia con l’evoluzione della storia narrata che, partendo da un cupo mistero, via via concede al piccolo gruppo di medici (definiti addirittura “provinciali”) uno spiraglio di luce. Un vero e proprio percorso dantesco quello affrontato dalla protagonista e dal suo team, che per far luce sull’inquientante vicenda dovranno affrontare dure prove e pressioni. Ma la verità, si sa, è schiacciante.
Film avvincente e ben sviluppato.

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lunedì 6 marzo 2017

Un re allo sbando




In concorso nella sezione Orizzonti alla 73. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Un Re allo sbando dei cineasti belgi Peter Brosen e Jessica Woodworth è un road movie intelligente, capace di mescolare al suo interno comicità, politica internazionale, dramma, scambio interculturale e religioso.

Il regista inglese Duncan Lloyd, incaricato dal Palazzo di ravvivare l’alquanto ingrigita immagine della monarchia, parte per una visita di Stato a Istanbul assieme a Re Nicolas III e al suo staff. Durante il soggiorno del re in Turchia, la Vallonia, la parte meridionale del Belgio, dichiara l’indipendenza. Il re deve immediatamente rientrare, ma un’improvvisa tempesta solare mette fuori uso le comunicazioni e il traffico aereo. Così Nicolas III, grazie a un folle piano ideato da Lloyd, riesce a eludere la sicurezza turca e a varcare il confine via terra. Ha così inizio un improvvisato viaggio attraverso i Balcani carico d’imprevisti, incontri inaspettati e momenti di pura euforia, che rappresentano una straordinaria occasione di rinascita e libertà per il re.

Quanto emerge da questo falso documentario è l’anima inquieta, consapevole di ricoprire un ruolo a lui non adatto, di un uomo introverso, timido e insicuro che si trova a dover affrontare una crisi di vaste proporzioni nel suo Paese, il Belgio. Ciò che i registi mirano a porre in evidenza sono pregi e difetti della loro nazione, il tutto attraverso la più alta carica politica e quindi rappresentativa del Paese. Più che una fuga verso casa, quella intrapresa dal re belga si presenta come un viaggio all’interno della propria individualità, un Tu per Tu avvenuto per caso ma che l’inconscio del Re reclamava da tempo. Assistiamo a un sovrano costretto a travestirsi e fingere di essere donna per scampare alle autorità, apprezzare la semplice cucina bulgara e mangiare kebab, muoversi con mezzi pubblici, prendere parte a una ricorrenza in un piccolo paese e improvvisarsi giornalista e conduttore televisivo. Conoscerà l’umiltà della povera gente, sarà toccato profondamente dall’ospitalità delle persone comuni, che pur non (ri)conoscendolo, lo accolgono e lo aiutano. Un vero e proprio viaggio spirituale che muterà, prima ancora che il re, l’uomo che si cela dietro la corona.

Una commedia divertente e al contempo profonda, come non se ne vedevano da tempo. Un road movie originale e toccante, realizzato con pochi mezzi e bravi attori che ancora una volta fa balzare agli onori di cronaca la coppia Brosen-Woodworth.

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lunedì 27 febbraio 2017

The Dinner


Dei romanzi europei contemporanei, La cena di Herman Koch è uno dei più rappresentati. The Dinner di Oren Moverman è la 3° versione cinematografica (dopo quella olandese e quella italiana di Ivano De Matteo, I nostri ragazzi) e arriva in concorso al festival di Berlino anche in virtù di un ricco cast capitanato da Richard Gere: ma anche perché è il più interessante dei film finora visti alla Berlinale.

La trama vede due fratelli (uno candidato alla carica di governatore, l’altro insegnante instabile) e le loro mogli radunati per una cena importante: si deve discutere di un evento drammatico che può cambiare la loro vita e quella dei loro figli. Quale sia questo evento e quali siano le dinamiche familiari in gioco la sceneggiatura (dello stesso regista) lo rivela attraverso flashback che si incastrano gli uni agli altri rendendo The Dinner un dramma familiare, sociologico e psicologico di una certa complessità, soprattutto grazie al lavoro di Moverman.

Il regista infatti, partendo da un bersaglio satirico un po’ facile come l’alta borghesia, la politica, i ristoranti di lusso e la loro retorica (il filo conduttore è quello di un maitre che presenta in modo molto affettato le portate), decide di lavorare più che sul racconto e sul dialogo – ferrei perché fedeli al romanzo – sull’immagine, sulla materia audiovisiva che compone il film, sui colori, le alterazioni e i diversi filtri, sul sound design rigoroso fatto di parole che s’intrecciano e suoni che interrompono il flusso, sulle inquadrature e i tempi spiazzanti (come l’uso ripetuto dello zoom che ridefinisce di continuo lo spazio dei personaggi).

Con un approccio quasi altmaniano, Moverman riesce a rendere in senso estetico il disagio e il malessere dei personaggi, avvicinandosi in modo intelligente agli eccessi, sia di stile che di racconto e anche se non mancano i fronzoli e le slabbrature, i passaggi a vuoto, il regista li usa per scavare nello spettatore, per lasciarlo dubbioso, per permettere al film di diventare realmente un discorso morale proprio evitando di imporre il proprio punto di vista. Moverman – più accredito come sceneggiatore che come regista – continua a comporre una propria poetica: di questa, The Dinner è uno dei risultati migliori.

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lunedì 20 febbraio 2017

Incarnate – Non potrai nasconderti


Oltre quarant’anni trascorsi, eppure la pellicola per eccellenza con protagonista il Principe delle Tenebre non smette di influenzare produzioni appartenenti al sottogenere satanic movie. Il titolo in questione è The Exorcist di Friedkin, recentemente adattato per il piccolo schermo con l’omonima e fortunata serie TV, e a omaggiare ancora una volta il lavoro tratto dal romanzo di William Peter Blatty è Jason Blum con Incarnate, diretto da Brad Peyton e con protagonisti Aaron Eckhart (Dr. Seth Ember), Carice Van Houten (Lindsay Sparrow) e David Mazouz (Cameron Sparrow).

Seth Ember è uno scienziato dotato della rara capacità di esorcizzare le menti delle persone possedute. Quando gli viene affidato il caso di un adolescente particolarmente tormentato, rimane sconvolto nello scoprire che dentro di lui si annida lo stesso spirito maligno responsabile della morte dei suoi affetti più cari: sua moglie e suo figlio. Il Dott. Ember farà di tutto per salvare la vita del giovane ragazzo e distruggere il demone prima che il mondo interno venga messo in pericolo dalla sua ferocia. Riuscirci significherebbe inoltre redimersi e iniziare finalmente a vivere una nuova vita.

Come nel capostipite, Incarnate non rinuncia all’elemento traumatico, nonché portante, vero e proprio tormento del protagonista sotto forma demoniaca. Ma se nel film di Friedkin a “possedere” Karras è il senso di colpa per l’abbandono dell’anziana madre, nel recente (quanto superfluo) Incarnate a perseguitare il dr. Ember è la scomparsa, per incidente stradale (quando l’originalità è tutto!!) di moglie e figlio, non a caso riflessi nelle figure di Lindsay Sparrow e del figlio Cameron, che soccorrerà.

Il copione di Ronnie Christensen tenta una sterzata nella speranza di apportare qualcosa di originale, ma l’operazione non riesce e se i rimandi a Friedkin sembrano pian piano venir meno per poi ricomparire clamorosamente sul finale (il sacrificio di Ember ricorrendo alla defenestrazione per uccidere l’entità), confermando quanto sinora affermato, ecco cedere il passo a Insidious e al discreto Deliver us from evil di Derrickson. Se la saga diretta da Wan è palesemente citata nei viaggi onirici del protagonista nella mente dei posseduti, dove è più semplice “sfrattare” l’entità, il titolo di Derrickson lo si ritrova facilmente nella costruzione dei personaggi, tanto poco convenzionali quanto stereotipati (un non credente dedito a escorcismi, una coppia di metallari, un padre violento, un uomo tormentato dal passato…).

Le poche novità, che poi tanto nuove non sono, consistono nell’assenza di un demone specifico o già evocato, nel protagonista privo di abito clericale e nell’utilizzo del termine “sfratto” anziché “esorcismo”. Che il film diretto da Peyton abbia voluto concentrarsi più sul subconscio, rendendo complessi i veri demoni, è un elemento apprezzabile, ma che non lascia gridare al miracolo in quanto esperimento già testato. Gli effetti speciali e visivi, pochi, ripetuti e per niente d’impatto, servono a poco e il cast tecnico non sembra sforzarsi minimamente. Insomma, Incarnate merita uno sfratto!

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lunedì 13 febbraio 2017

Django



È un film sul nazismo Django, prima che una biografia di Django Reinhardt. Étienne Comar apre il 67° festival di Berlino con un film che prende una vita celebre, quella del più grande chitarrista jazz e uno dei maggiori musicisti di ogni tempo, e la tramuta nel racconto di un altro olocausto, quello del popolo gitano.

Il film racconta infatti il rapporto di Reinhardt con il nazismo, quando rifiutandosi di eseguire un concerto per lo stato maggiore del Reich con Goebbels in prima fila, fu costretto alla fuga con la famiglia: e qui tornarono in primo piano le origini zingare del musicista e la sofferenza del suo popolo durante il dominio di Hitler. Scritto dal regista con Alexis Salatko, Django non è quindi un biopic, ma parte da una porzione della biografia di Reinhardt per realizzare un dramma storico di sentimenti esemplari e urgenze civili e politiche che sembrano dover tornare d’attualità tra trumpismi e varie voglie di muri.

Nonostante questa scelta narrativa, Django nella prima parte sa dipingere un interessante ritratto d’artista, indeciso tra collaborazionismo e ribellione più per egoismo e convenienza che per convinzione politica, in cui prima che il rispetto per la razza umana viene il rispetto per la musica e per ciò che comporta, come dar da mangiare a sé stessi e alla famiglia. Ovviamente la “riconversione” del film porta Comar a rendere queste asperità funzionali al crescendo emotivo fatto di speranze di fuga e tradimenti, ma la chiusura di nuovo sulla musica (il Requiem finale, composto per i fratelli gitani e la cui partitura andò perduta) fa in qualche modo da quadratura del cerchio.

Un film medio, ben fatto, convenzionale e doveroso, con più di una caduta di tono e qualche momento felice, che più che sulle spalle del regista o del bravo protagonista Reda Kateb sembra reggersi su quelle delle sue protagoniste femminili: Cécile De France – l’amante doppiogiochista – e  la rivelazione Palya Bea, cantante folk ungherese e qui perfetta nel ruolo della moglie di Reinhardt. I poli femminili da cui passano perdizione e redenzione. Idea forse antiquata, ma ancestrale e per questo efficace.

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giovedì 26 gennaio 2017

On Body and Soul




Due cervi si guardano nel ghiaccio, a distanza, si avvicinano con cautela, quasi si sfiorano e poi scappano. Nell’incipit di On Body and Soul, in cui l’ungherese Ildikò Enyedi (Simon magus) torna al lungometraggio dopo quasi 18 anni, c’è chiuso il racconto e l’andamento del film, le atmosfere e i sentimenti con una precisione quasi programmatica o didascalica.

In concorso a Berlino 2017, il film racconta della curiosa storia d’amore tra Endre, il direttore di un mattatoio con un braccio paralizzato, e Maria, nuova ispettrice del controllo qualità la cui menomazione è affettiva. I difficili tentativi di avvicinamento si sbloccheranno quando scoprono di fare lo stesso sogno, in cui sono due cervi che vivono nel bosco ghiacciato. Tutto giocata su metafore e allegorie evidenti fin dalla prima scena (l’utilizzo degli animali, degli oggetti, delle disfunzioni psichiche e fisiche: tutto ridonda e sottolinea il cuore del film), la sceneggiatura della stessa Enyedi compone un quadro curioso, in cui la commedia sentimentale diviene bizzarra e straniante ricognizione psicologica ed esistenziale.

Al fondo di On Body and Soul ci sarebbe “soltanto” il corteggiamento di due animali solitari che sfidano le loro remore (non solo l’anaffettività compulsiva di Maria, anche la pace dei sensi di Endre) per avvicinarsi, per tornare a vivere possibilmente insieme: è il lavoro che Enyedi fa attorno ai personaggi che porta il film un passo oltre, l’utilizzo di inquadrature perfette dentro cui sbozzare le imprecisioni dei sentimenti, una messinscena sapiente e ironica che supera gli schematismi e le programmaticità dello script.

Un film bizzarramente normale, sempre a rischio di stufare lo spettatore con le stranezze dei suoi personaggi, sempre sul sottile limite della macchietta e dell’umorismo non calibrato, ma che si fa apprezzare per l’occhio attento, per la distanza giusta dalle situazioni, per il calibro con cui leviga le interpretazioni di Alexandra Borbély e Geza Morcsany e sa gestire i momenti più a rischio. Un buon ritorno.

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martedì 17 gennaio 2017

Bye Bye Germany



La truffa, la mascherata, la menzogna come vendetta ma soprattutto come metodo di sopravvivenza che risale a secoli addietro: Sam Garbarski racconta a suo modo le radici del popolo ebraico con Bye Bye Germany, presentato al festival di Berlino nella sezione Special Gala, e tra i film tedeschi più attesi in patria di questo inizio di 2017.

Facile capire il perché: Garbarski racconta di cosa successe agli ebrei di Francoforte subito dopo la fine della 2° guerra mondiale attraverso le gesta di David, un mercante, e dei suoi amici che in attesa della licenza statunitense per lasciare la Germania progettano una serie di truffe ai danni dei tedeschi che hanno partecipato alla guerra coi nazisti. Ma la licenza di David tarda ad arrivare: il perché sta in un segreto che si porta dietro dai campi di concentramento. L’interessante sceneggiatura di Michel Bergmann punta alla commedia drammatico, alla rilettura più leggera e mainstream del dramma del popolo ebraico, mescolando leggerezza e pathos.

Sulla carta a Bye Bye Germany non manca nulla: una storia avvincente che a un certo punto si sdoppia tra passato e presente, una struttura efficace in cui i flashback vengono gestiti con sapienza, un personaggio a tutto tondo come quello principale attraverso cui far emergere le riflessioni sulla menzogna e il travestimento, sul senso dello spettacolo e del racconto, sul collaborazionismo come ferita aperta di un popolo ma anche sulla sua elaborazione. Ma Garbarski non riesce a gestire i toni e i registri del film, gli manca innanzitutto l’umorismo e la leggerezza per giocare con la commedia su un terreno così scivoloso. E così facendo, il contrasto col lato drammatico del film si perde e il pathos sembra fuori luogo.

Un canto decisamente stonato a cui una confezione da prima serata televisiva (ricostruzione storica elementare, musiche di piatta banalità) chiude ogni possibilità di riuscita e che nemmeno la buona volontà degli attori, in primis Moritz Bleibtreu, che soffre delle incertezze di Garbarski e spesso sembra fuori parte. Un tentativo coraggioso, certo, ma anche un passo molto più lungo della gamba.

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mercoledì 4 gennaio 2017

Parola di Dio


Alle ragazze non dovrebbe essere concesso di partecipare alle lezioni di nuoto in bikini. Insegnare educazione sessuale a scuola è sbagliato. L'evoluzionismo è una teoria non provata e dovrebbe essere affiancata al creazionismo. Sono queste e altre le osservazioni che il giovane protagonista in piena crisi mistica, muove a chi gli sta intorno, citando a memoria i passi più cruenti della Bibbia e tentando di imporre anche ai suoi compagni di scuola la sua ortodossia estrema. L'unica voce che gli si contrappone è quella di Elena, giovane professoressa di biologia cresciuta alla scuola della scienza e del razionalismo. Ma come si può rispondere con la sola Ragione a chi nutre una Fede cieca?

DATA USCITA: 27 ottobre 2016
GENERE: Drammatico
ANNO: 2016
REGIA: Kirill Serebrennikov
ATTORI: Viktoriya Isakova, Yuliya Aug, Pyotr Skvortsov
SCENEGGIATURA: Kirill Serebrennikov
PRODUZIONE: Hype Film
DISTRIBUZIONE: I Wonder Pictures
PAESE: Russia
DURATA: 118 Min

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