venerdì 29 luglio 2016

VENEZIA 73, GUÉDIGUIAN PRESIDENTE DELLA GIURIA DI ORIZZONTI





Il regista francese Robert Guédiguian e l'attore e regista italiano Kim Rossi Stuart, sono stati scelti come Presidenti di due Giurie della 73. Mostra del Cinema di Venezia, rispettivamente per la sezione Orizzonti e per il Premio Venezia Opera Prima "Luigi De Laurentiis" - Leone del Futuro. Presidente della Giuria del Concorso Venezia 73 - come già annunciato - è il regista Sam Mendes.
Il regista Robert Guédiguian può essere considerato il moderno cantore di Marsiglia, la città dove è nato e vissuto e dove si svolge anche La ville est tranquille, presentato a Venezia nel 2000. La filmografia di Guédiguian è una sorta di epopea della sua città, con storie ambientate nel microcosmo del quartiere natio, privilegiando vicende di gente comune.

Attore tra i più importanti del cinema italiano, Kim Rossi Stuart è stato più volte protagonista alla Mostra di Venezia con alcune delle sue più note interpretazioni, tra cui Le chiavi di casa (2004) di Gianni Amelio e Vallanzasca (2010) di Michele Placido. Per Anche libero va bene (2006), suo esordio dietro la macchina da presa, Rossi Stuart è stato premiato con il David di Donatello e il Nastro d'argento come miglior nuovo regista.


La Giuria internazionale della sezione Orizzonti presieduta da Robert Guédiguian, composta da un massimo di 7 personalità, assegnerà - senza possibilità di ex-aequo - i seguenti riconoscimenti: Premio Orizzonti per il miglior film; Premio Orizzonti per la migliore regia; Premio Speciale della Giuria Orizzonti; Premio Orizzonti per la miglior interpretazione maschile o femminile; Premio Orizzonti per la miglior sceneggiatura; Premio Orizzonti per il miglior cortometraggio.

La Giuria internazionale del Premio Venezia Opera Prima "Luigi De Laurentiis" - Leone del Futuro presieduta da Kim Rossi Stuart, composta da un massimo di 5 personalità tra i quali un produttore, assegnerà senza possibilità di ex-aequo un premio di 100.000 dollari messi a disposizione da Filmauro, che saranno suddivisi in parti uguali tra il regista e il produttore, fra tutte le opere prime di lungometraggio presenti nelle diverse sezioni competitive della Mostra (Selezione Ufficiale e Sezioni Autonome e Parallele).

Fonte: mymovies.it

venerdì 15 luglio 2016

INDEPENDENCE DAY - RIGENERAZIONE




Another sequel Bites the Dust. E stavolta il polverone è direttamente proporzionale a quello alzato nel lungo percorso di avvicinamento a questo Independence Day - Rigenerazione, dalle speculazioni sul ritorno di Will Smith in poi. Il ritorno degli eroi di Independence Day a giusto vent'anni dal precedente capitolo è di nuovo affidato alla regia e alla fantasia di Roland Emmerich, ma le tante firme in fondo allo script (con lui anche Dean Devlin, James A. Woods, Nicholas Wright e James Vanderbilt) non sembrano aver fornito un buon servigio alla causa. Anzi.

Le pecche di questa epica sci-fi iniziano proprio dalla carta, infatti. Da una sceneggiatura che potrebbe aver contato troppo sulla benevolenza e semplicità di un pubblico pronto a ricevere qualsiasi cosa portasse di nuovo gli attori del 1996 a scontrarsi con gli alieni cattivi, allora respinti. La terra ha imparato la lezione ed è ormai un luogo pacificato, senza più guerre e pronto a collaborare a ogni livello, e i lucertoloni corazzati sono prigionieri nell'Area 51, oggi Quartiere Generale governativo. Ma quando si attiva il GPS interstellare qualcosa si rimette in moto…

Certo, il riferimento cui si guardava non era certo Apocalypse Now o Incontri Ravvicinati, ma nella sua semplicità baraccona appare oggi ancora più onesto e apprezzabile. Molto più di questo 'compito obbligato' nel quale troppi elementi sono giustapposti senza davvero un criterio che non sia quello di dare informazioni sparse e clichè in pasto al pubblico. A partire dal video di supporto al racconto, che mostra l'origine dell'odio tra il bello e dannato, insubordinato e nobile Liam Hemsworth e il sempre sorridente eroe annunciato Dylan Dubrow, figlio d'arte del defunto Capitano Steven Hiller, al quale viene chiesto del padre nella prima domanda della conferenza stampa nella Casa Bianca tanto per informarci delle modalità della sua morte.

E le caratterizzazioni dei personaggi non sono da meno. Visto che al fianco dei precedenti troviamo un altro - l'ennesimo nel cinema statunitense moderno - Presidente donna degli Stati Uniti, un primo della classe che rischia di distruggere la base lunare per sottolineare le proprie carenze affettive, un paio di 'donne coraggio' alla Die Hard e persino un Signore della Morte africano appassionato di filologia aliena, oltre ai vari apprezzabili - ma piuttosto impalpabili e dovuti - ritorni di Judd Hirsch, Brent Spiner, Bill Pullman, Jeff Goldblum, Vivica A. Fox (protagonista di una delle scene più fasulle della vicenda) e Charlotte Gainsbourg (quasi fastidiosa nella sua macchietta)

Non manca nemmeno il remake di 'quel' pugno in faccia. Ma il film rialza la testa proprio nel suo ipertrofismo (o coattagine, potremmo dire, tornando al lessico cinematografico più stretto). Come se gli sceneggiatori di Boris avessero sfruttato lo sfruttabile per un'ora e un quarto in attesa di arrivare al Gran Finale, fatto di città devastate, megalopoli volanti e scontri suicidi nel mezzo del deserto. Decisamente la parte più riuscita e divertente dell'intero prodotto. Che minaccia ora di fare il passo più lungo della gamba lanciandosi nello spazio esterno con una trilogia che aveva già smesso di aver senso quando lo stesso Roland Emmerich e la Fox rinunciarono alla realizzazione simultanea di Independence Day 4-Ever: Part I e Part II.

Fonte: film.it

martedì 5 luglio 2016

Il piano di Maggie


In trasferta a Manhattan dalle più consuete strade della Brooklyn hipster dei film scritti insieme al compagno Noah Baumbach, Greta Gerwig affida il suo personaggio ormai iconico a Rebecca Miller ne Il piano di Maggie. La sua andatura caracollante, la timidezza goffa pronta al sorriso, sono quelle che l’hanno resa una specie di marchio registrato, la musa indie di inizio secolo. Ovviamente anche qui è una giovane donna in preda all’insicurezza, in difficoltà fra l’accettazione di un presente piuttosto insoddisfacente, almeno dal punto di vista sentimentale, il superamento delle scorie del passato e il coraggio di costruirsi un futuro da donna pienamente adulta e affermata. Intendiamoci, è una buona notizia, visto che sono questi i territori in cui la Gerwig convince, permette l’identificazione totale da parte del pubblico, fino alla tentazione di un abbraccio con buffo sulla guancia. Meglio eviti sfide troppo azzardate per le sue caratteristiche attoriali, come la disastrosa prova in The Humbling, al fianco di Al Pacino.
Rebecca Miller, dopo aver raccontato la cinquantenne Robin Wright in La vita segreta della signora Lee, ci presenta la trentenne Maggie, fiera della sua indipendenza e intenzionata a diventare madre single per inseminazione, grazie all’aiuto di un compagno di college, improbabile produttore di cetrioli in barattolo di origini scandinave, oltre che grande appassionato di hockey su ghiaccio. Una scelta consapevole in linea con il bisogno di controllare al millimetro ogni passo della sua vita, senza bisogno di aiuti esterni. L’effetto collaterale è una certa sperduta solitudine, di cui si rende conto quando si innamora di un antropologo, che come lei insegna in un poco prestigioso college newyorkese. La buona notizia è che si tratta di Ethan Hawke, quella cattiva è che è già sposato, con un’altra accademica dalla brillante carriera come docente alla Columbia University. I due inizieranno a vedersi spesso, visto che il docente in realtà è uno scrittore che cerca di bissare il successo del suo primo libro, e la consulenza di lei gli sembra molto utile. Il fato o l’amore che siano ad averli fatti incontrare, inizieranno una giostra sentimentale, un tira e molla complicato dall’affacciarsi della moglie di lui nel bel mezzo delle oscillazioni dell’uno e dell’altra.
Il piano di Maggie è tutto ambientato in un Greenwich Village che sembra cristallizzato negli anni ’70, non fosse che per i vestiti sbalorditivi indossati dalla Gerwig, declinazioni infinite del sottobosco. La Miller, però, si diverte molto a prendere in giro il mondo intellettuale da cui proviene - lei figlia di Arthur Miller - svelando le patetiche maschere indossate con sempre meno convinzione dai tre protagonisti. La manipolazione è al centro del film, intesa come inevitabile effetto collaterale in un rapporto qualunque, così come la caducità del concetto di talento artistico, spesso dipendente dall’autostima o dall’abbaglio collettivo. L’importante è che ci sia la vita, con la sincerità di chi non pensa troppo a rimarginare le ferite subite e inferte, sembra dirci la Miller, senza mai prendersi troppo sul serio. Inutile pensare a incasellare la proprio vita in schemi precompilati; pianificare è inutile, per fortuna, altrimenti sai che noia.
Sontuose le interpretazioni del terzetto, con una Moore deliziosamente a suo agio nei panni di una insopportabile intellettuale dall’accento scandinavo, per una commedia romantica che gioca con la fluidità dei rapporti di coppia, leggero quando il tema potrebbe essere pesante, senza scadere nel banale.

Fonte: comingsoon.it