giovedì 22 dicembre 2016

La ragazza senza nome


Una sera, dopo l'orario chiusura del suo studio, Jenny, giovane medico generalista, sente suonare alla porta ma non va ad aprire. Il giorno dopo, viene informata dalla polizia del ritrovamento nelle vicinanze di una giovane ragazza, non ancora identificata.

DATA USCITA: 27 ottobre 2016
GENERE: Drammatico
ANNO: 2016
REGIA: Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne
ATTORI: Adèle Haenel, Jérémie Renier, Olivier Gourmet, Fabrizio Rongione, Thomas Doret, Christelle Cornil
SCENEGGIATURA: Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne
FOTOGRAFIA: Alain Marcoen
MONTAGGIO: Marie-Hélène Dozo
PRODUZIONE: Les Films du Fleuve, Savage Film
DISTRIBUZIONE: Bim Distribuzione
PAESE: Belgio
DURATA: 113 Min

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mercoledì 7 dicembre 2016

In guerra per amore


New York 1943. Mentre il mondo è nel pieno della seconda guerra mondiale, Arturo vive la sua travagliata storia d'amore con Flora. I due si amano, ma lei è promessa sposa al figlio di un importante boss. Per convolare a nozze, il nostro protagonista deve ottenere il sì del padre della sua amata che vive in un paesino siciliano. Arturo, giovane e squattrinato, ha un solo modo per raggiungere l'isola: arruolarsi nell'esercito americano che si prepara per lo sbarco in Sicilia: l'evento che cambierà per sempre la storia della Sicilia, dell'Italia e della Mafia.

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martedì 29 novembre 2016

Enclave



Protagonista è Nenad, un bambino serbo che vive a Vrelo, villaggio albanese nel Kosovo post-bellico. Il piccolo abita in una frazione isolata con il padre e il nonno, gravemente malato, a cui il bambino è molto affezionato. Ogni mattina va a scuola viaggiando in un blindato delle Nazioni Unite, che lo protegge dalle possibili aggressioni, e nella sua aula segue le lezioni da solo con la maestra. Tutti gli altri bambini del villaggio sono albanesi e uno di loro, Bashkim, è carico d’odio nei confronti di tutti i serbi, che ritiene responsabili della morte del padre. Un giorno, mentre la comunità albanese celebra un matrimonio, il nonno di Nenad muore e il bambino arriva ad attraversare le linee nemiche pur di riuscire ad avvisare il prete. Mentre sulle strade del villaggio matrimonio e funerale si incrociano come due universi paralleli incapaci di dialogo, Nenad si trova improvvisamente faccia a faccia con Bashkim: nelle mani dei due bambini la possibilità di riprodurre odio e divisione oppure di dare un piccolo, nuovo corso alla storia.

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mercoledì 16 novembre 2016

Rocco



Rocco Siffredi è per la pornografia quello che Mike Tyson è per il pugilato: una leggenda vivente. Sua madre avrebbe voluto che si facesse prete e lui è diventato un attore porno con la sua benedizione, dedicando la sua esistenza ad un unico dio: il Desiderio. Nell'arco dei trent'anni che ha dedicato alla professione, Rocco Siffredi ha esplorato tutte le fantasie dell'animo umano e si è prestato ad ogni sorta di trasgressione. Attore porno dal destino eccezionale, in questo documentario introspettivo Rocco si immerge negli abissi più reconditi della sua dipendenza dal sesso e si confronta con i suoi demoni. Per questo mostro sacro del sesso è anche giunto il momento di appendere i guanti al chiodo. Per girare l'ultima scena della sua carriera, Rocco ha scelto questo documentario. Una galleria di personaggi – parenti, amici, soci e professionisti dell'industria del porno – lo accompagnano fino a questa spettacolare uscita di scena, in un road-movie corale dall'atmosfera crepuscolare. Dai pasti in famiglia nella casa di Budapest alle riprese di film pornografici a Los Angeles, dalle stradine italiane di Ortona alle ville americane della Porn Valley, il film ripercorre la storia di una vita ossessionata dal desiderio e offre uno sguardo in filigrana ai retroscena dell'industria del cinema porno, oltre allo scandalo e all'apparente oscenità. In un periodo in cui la pornografia emerge dalla clandestinità e invade il cinema tradizionale, la moda e l'arte contemporanea, è un universo a tutto tondo filmato da vicino quello che ci viene rivelato in uno stile impressionista.

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mercoledì 2 novembre 2016

Trolls



Principessa dei Troll, Poppy prende molto sul serio la missione del suo popolo: felicità, abbracci e festa costanti. Unico che le si oppone è Branch, troll spento che la mette in guardia dall'attirare l'attenzione dei Bergen, il popolo di brutti giganti che li minaccia. Quando la loro posizione sarà rivelata al nemico e ci sarà un traumatico rapimento, Poppy dovrà partire al salvataggio in compagnia proprio di Branch, in fondo più razionale di lei.
Difficile che non ci sia mai imbattuti nei capelluti Trolls, pupazzetti inventati nel 1959 dal danese Thomas Dam: protagonisti di serie tv e persino di videogiochi, sono stati quasi sempre identificati con una leziosità un po' acida, al limite dell'insostenibile per il pubblico non femminile (e in generale dai dieci anni in su). Per questa ragione, l'operazione che la DreamWorks Animation ha compiuto sul franchise ci è sembrata sorprendentemente efficace. Della regia si sono occupati Mike Mitchell e Walt Dohrn, che avevano dato una prova meno convincente con Shrek: E vissero felici e contenti.
Il miracolo compiuto qui è che la positività a oltranza dei personaggi viene con constanza corretta dall'ironia, quel tanto che basta a renderli più digeribili a chi li trovava vagamente inquietanti. Di certo una buona parte di questo traguardo è tagliato con il commento musicale e le canzoni, che riportano il cartoon alla luminosità musical più in voga una ventina d'anni fa, miscelando canzoni storiche di repertorio (come The Sound of Silence) con composizioni originali di Justin Timberlake, in originale voce di Branch. La versione italiana si avvale delle voci di Elisa e Alessio Bernabei per la coppia principale, garantendo performance all'altezza della situazione canora.
Il rischio di acidità smodata è fugato pure da una grafica che addolcisce i lineamenti dei protagonisti e ne rafforza così l'empatia, rispetto alla fissità di sguardo squaloide dei pupazzetti dal vero. La storia è molto memore delle persecuzioni dei Puffi a opera di Gargamella, arricchita da una parodia-omaggio a Cenerentola molto riuscita (nella storia è la sguattera bergen, Brigida, ed è legata ai temi del primo Shrek). 
Le carte in tavola sono le solite, ma sono rimestate con una certa intelligenza dal copione di Jonathan Aibel e Glenn Berger, bilanciando lo sberleffo con una caratterizzazione plausibile dei personaggi, che accompagna un crescendo in cui si fa il tifo per tutti. Alla fine ci si fa volentieri abbagliare gli occhi da una direzione artistica che trasmette euforia con un'indondazione di colori saturi, di cui sono imbevute tutte le superfici. Questo mondo di stoffa DreamWorks trabocca di una sana regressione infantile.

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domenica 30 ottobre 2016

La Tartaruga rossa


Un uomo naufraga su un'isola deserta. Sulle prime cerca di fuggire, ma c'è un animale a impedirgli di prendere il largo: una tartaruga rossa. Una parte di lui forse capisce perché lo fa.
Veterano classe 1953, l'olandese Michael Dudok de Wit vinse meritatamente nel 2001 l'Oscar per il miglior cortometraggio animato, con lo straziante Father and Daughter, che a sua insaputa stava suscitando l'ammirazione del celeberrimo Studio Ghibli, nella persona del maestro Isao Takahata. Il passaggio dalla forma del cortometraggio a quella del lungo non poteva avvenire con padrino migliore: Takahata si è fatto mentore di questa produzione europea, che De Wit ha diretto da solo, con animazioni (al 90% a mano libera) dello studio Prima Linea.
All'incirca il primo terzo di La tartaruga rossa sarebbe da incorniciare, da collolocare nella storia dell'animazione: la stentata sopravvivenza del protagonista, il suo subire la natura e i rumori che manifesta (superbo il sound design), il suo scontrarsi metafisico con la tartaruga rossa emozionano come raramente accade, non solo nell'ambito dell'animazione, ma dell'arte cinematografica in generale. Il film è interamente privo di dialoghi, narrato solo con le immagini e col suono, e questa parte introduttiva riesce ad andare oltre la ricerca più classica dell'emozione di molti cortometraggi, inclusi quelli del regista. Colpisce nel segno il modo in cui gli ambienti, nella stilizzazione pittorica memore della tradizione giapponese, riescano a trasmettere una sensazione di realismo pari se non superiore a quella di un documentario: stesso discorso vale per i personaggi, concretissimi pure in uno stile gentile da linea chiara alla Hergé. La tartaruga rossa parte come un'esperienza vera.
Ma non prosegue alla stessa maniera. Un evento di natura spudoratamente magica trasforma l'esperienza sensoriale in una fiaba più didascalica di quel che ci si aspetterebbe da un inizio così folgorante. Non sarà per tutti un difetto, perché De Wit mantiene saldo il timone del significato: la necessità di un'unione con la natura eterna come la tartaruga, che non capisce perché pensiamo di poterne fare a meno. Era però un significato che all'inizio del film era veicolato da un cinema che ci metteva sul serio a contatto con l'aria, l'acqua, la luce, la morte. Una fiaba, per quanto elegante e preziosa, porta invece più il marchio dell'essere umano, della sua necessità di interpretare, di dare significato a quello che invece semplicemente è, di creare metafore e allegorie, ed è quindi meno dirompente. A riprova, l'enfasi sugli effetti sonori cede via via il passo a un commento musicale molto più prevedibile.
La tartaruga rossa avrà di certo uno stuolo di sperticati ammiratori, e non potremmo dare loro torto: solo viene spontaneo cercare il pelo nell'uovo quando ci si para davanti un talento creativo come quello di De Wit, che dovrebbe comunque intercettare l'interesse di tutti gli amanti del buon cinema.

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giovedì 6 ottobre 2016

Il Clan


Argentina inizio anni 80. All'apparenza una famiglia come le altre che vive nel tranquillo paesino di San Isidro, in realtà un vero e proprio clan che si guadagna da vivere con i sequestri di persona. Arquímedes, il patriarca, è a capo delle operazioni. Alejandro, il suo figlio più grande, è una star del rugby che gioca nel mitico team argentino "Los Pumas". E' lui che adesca le vittime dei rapimenti tra i giovani rampolli dell'alta società. I crimini del clan dei Puccio, famiglia che gode della protezione del regime militare, riescono a passare inosservati nella loro costante ferocia programmatica, ma prima o poi finiscono con il coinvolgere tutti in una crescente spirale di violenza, dove è colpevole anche chi assiste in silenzio. Ispirato ad un episodio realmente accaduto, il film racconta insieme alla storia di una famiglia anche quella di un intero Paese, nella sua delicatissima fase di transizione dalla feroce dittatura militare ad una fragile democrazia.

GENERE: Drammatico
ANNO: 2015
REGIA: Pablo Trapero
ATTORI: Guillermo Francella, Peter Lanzani
SCENEGGIATURA: Pablo Trapero
MONTAGGIO: Alejandro Carrillo Penovi, Pablo Trapero
PRODUZIONE: El Deseo, Instituto Nacional de Cine y Artes Audiovisuales (INCAA), Instituto de la Cinematografía y de las Artes Audiovisuales (ICAA)
DISTRIBUZIONE: 01 Distribution
PAESE: Argentina, Spagna
DURATA: 108 Min
NOTE:

Fonte: comingsoon.it 

mercoledì 28 settembre 2016

Il diritto di uccidere


Protagonista è il colonnello inglese Katherine Powell, che dirige a distanza un'operazione contro una cellula terroristica a Nairobi. Il suo "occhio" sul campo è un drone pilotato in Nevada dal giovane ufficiale Steve Watts, ma quando diventa inevitabile sferrare un attacco entrambi realizzano che anche una bambina innocente finirebbe tra le vittime. Mentre nessun politico nella "war room" londinese vuole prendersi la responsabilità di una decisione, una drammatica serie di eventi fa precipitare la situazione.

GENERE: Drammatico , Guerra , Thriller
ANNO: 2015
REGIA: Gavin Hood
ATTORI: Helen Mirren, Aaron Paul, Alan Rickman
SCENEGGIATURA: Guy Hibbert
FOTOGRAFIA: Haris Zambarloukos
MONTAGGIO: Megan Gill
MUSICHE: Paul Hepker, Mark Kilian
PRODUZIONE: eOne Films
DISTRIBUZIONE: Teodora Film
PAESE: Gran Bretagna
DURATA: 102 Min

Fonte: comingsoon.it 

giovedì 15 settembre 2016

Ma Loute


Il film è ambientato nel 1910, sulla Côte d'Opale, e vede un ispettore di polizia e il suo assistente indagare su alcune misteriose sparizioni, mentre i rampolli di due famiglie, Ma Loute Bréfort e la giovane e spregiudicata Billie Van Peteghem, intrecciano una storia d'amore che sconvolgerà sia i Bréfort (traghettatori) che i Van Peteghem (ricchi borghesi degenerati).

GENERE: Commedia
ANNO: 2016
REGIA: Bruno Dumont
ATTORI: Juliette Binoche, Valeria Bruni Tedeschi, Fabrice Luchini, Jean-Luc Vincent, Angélique Vergara
SCENEGGIATURA: Bruno Dumont
FOTOGRAFIA: Guillaume Deffontaines
PRODUZIONE: 3B Productions, Arte France Cinéma, Scope Pictures
DISTRIBUZIONE: Movies Inspired
PAESE: Germania, Francia
DURATA: 122 Min

Fonte: comingsoon.it 

lunedì 5 settembre 2016

Mia madre fa l'attrice


Che cosa fanno un figlio cinquantaduenne e una madre ottantacinquenne, vittime di un rapporto irrisolto e conflittuale e con una passione in comune, il cinema? Un film documentario. Specie se lui è un regista, lei è (stata) un’attrice ed entrambi hanno nostalgia di apparire sul grande schermo: con ironia e surrealismo, giocando tra realtà e finzione, senza evitare i nodi universali del rapporto madre-figlio, dove l'affetto si nasconde dietro recriminazioni e vendette. Tutto questo mentre si va alla ricerca di un film in cui la donna ha recitato sessant'anni fa nel suo ruolo più importante ma che, per ragioni inspiegabili, non ha mai voluto vedere.

GENERE: Commedia , Biografico
ANNO: 2015
REGIA: Mario Balsamo
ATTORI: Silvana Stefanini
SCENEGGIATURA: Mario Balsamo
FOTOGRAFIA: Simone Pierini
MONTAGGIO: Benni Atria
MUSICHE: Vittorio Cosma
PRODUZIONE: Hasenso
DISTRIBUZIONE: BIM
PAESE: Italia
DURATA: 78 Min

Fonte: comingsoon.it

martedì 30 agosto 2016

Torno da mia madre


Stéphanie ha 40 anni, è divorziata e ha perso il lavoro. Si trova così costretta a tornare a vivere da sua madre Jacqueline, che la accoglie a braccia aperte nel proprio appartamento. La convivenza non è facile e le strambe abitudini della madre si rivelano il pretesto per nascondere un piccante segreto. Quando tutti i fratelli si riuniscono per cena, ecco che la tavola imbandita si trasforma in un campo di battaglia dove invidie e regolamenti di conti trovano spazio tra i gustosi piatti preparati da Jacqueline. Benvenuti in un universo ad alto rischio: la famiglia!

GENERE: Commedia
ANNO: 2016
REGIA: Eric Lavaine
ATTORI: Alexandra Lamy, Josiane Balasko, Mathilde Seigner
SCENEGGIATURA: Eric Lavaine
FOTOGRAFIA: François Hernandez
MONTAGGIO: Vincent Zuffranieri
PRODUZIONE: Pathé, Same Player, Scope Pictures
DISTRIBUZIONE: Officine UBU
PAESE: Francia
DURATA: 91 Min

Fonte: comingsoon.it

giovedì 18 agosto 2016

1001 Grammi


Marie è un'impiegata di fiducia dell'Istituto di Metrologia Norvegese, l'organizzazione responsabile delle norme nazionali in materia di misurazioni. Il lavoro di Marie consiste nell'attraversare la Norvegia per controllare bilance postali, contatori del gas e atri apparecchi di misurazione in modo che possano essere certificati. All'Istituto di Metrologia Norvegese nulla è lasciato al caso. Eppure, le vie imperscrutabili del destino portano Marie, zelante e riservata, fino a Parigi per verificare il chilo norvegese. Il fatto che il chilo internazionale si trovi a Parigi, città di fredda scienza e forti emozioni, avrà un impatto enorme sulla vita di Marie, solitamente così stoica. Marie si renderà conto che che viene messo sul piatto della bilancia il suo campione di riferimento della delusione, della sofferenza ma soprattutto dell'amore.

GENERE: Drammatico
ANNO: 2014
REGIA: Bent Hamer
ATTORI: Ane Dahl Torp, Laurent Stocker, Per Christian Ellefsen, Didier Flamand
SCENEGGIATURA: Bent Hamer
FOTOGRAFIA: John Christian Rosenlund
MONTAGGIO: Anders Refn
MUSICHE: John Erik Kaada
PRODUZIONE: Pandora Filmproduktion, Slot Machine, ZDF/Arte
DISTRIBUZIONE: Movies Inspired
PAESE: Norvegia, Germania
DURATA: 93 Min

Fonte: comingsoon.it

lunedì 8 agosto 2016

El abrazo de la serpiente


Il film narra la storia del rapporto tra Karamakate, uno sciamano dell'Amazzonia e ultimo sopravvissuto della sua tribù, e due scienziati che lavorano insieme per 40 anni, cercando in Amazzonia una rara pianta sacra...

GENERE: Avventura , Drammatico
ANNO: 2015
REGIA: Ciro Guerra
ATTORI: Jan Bijvoet , Nilbio Torres, Brianne Davis, Antonio Bolivar
SCENEGGIATURA: Jacques Toulemonde Vidal, Ciro Guerra
FOTOGRAFIA: David Gallego
MONTAGGIO: Etienne Boussac
MUSICHE: Nascuy Linares
PRODUZIONE: Buffalo Films, Buffalo Producciones, Caracol Televisión
DISTRIBUZIONE: Movies Inspired
PAESE: Colombia, Venezuela, Argentina
DURATA: 125 Min

Fonte: comingsoon.it

venerdì 29 luglio 2016

VENEZIA 73, GUÉDIGUIAN PRESIDENTE DELLA GIURIA DI ORIZZONTI





Il regista francese Robert Guédiguian e l'attore e regista italiano Kim Rossi Stuart, sono stati scelti come Presidenti di due Giurie della 73. Mostra del Cinema di Venezia, rispettivamente per la sezione Orizzonti e per il Premio Venezia Opera Prima "Luigi De Laurentiis" - Leone del Futuro. Presidente della Giuria del Concorso Venezia 73 - come già annunciato - è il regista Sam Mendes.
Il regista Robert Guédiguian può essere considerato il moderno cantore di Marsiglia, la città dove è nato e vissuto e dove si svolge anche La ville est tranquille, presentato a Venezia nel 2000. La filmografia di Guédiguian è una sorta di epopea della sua città, con storie ambientate nel microcosmo del quartiere natio, privilegiando vicende di gente comune.

Attore tra i più importanti del cinema italiano, Kim Rossi Stuart è stato più volte protagonista alla Mostra di Venezia con alcune delle sue più note interpretazioni, tra cui Le chiavi di casa (2004) di Gianni Amelio e Vallanzasca (2010) di Michele Placido. Per Anche libero va bene (2006), suo esordio dietro la macchina da presa, Rossi Stuart è stato premiato con il David di Donatello e il Nastro d'argento come miglior nuovo regista.


La Giuria internazionale della sezione Orizzonti presieduta da Robert Guédiguian, composta da un massimo di 7 personalità, assegnerà - senza possibilità di ex-aequo - i seguenti riconoscimenti: Premio Orizzonti per il miglior film; Premio Orizzonti per la migliore regia; Premio Speciale della Giuria Orizzonti; Premio Orizzonti per la miglior interpretazione maschile o femminile; Premio Orizzonti per la miglior sceneggiatura; Premio Orizzonti per il miglior cortometraggio.

La Giuria internazionale del Premio Venezia Opera Prima "Luigi De Laurentiis" - Leone del Futuro presieduta da Kim Rossi Stuart, composta da un massimo di 5 personalità tra i quali un produttore, assegnerà senza possibilità di ex-aequo un premio di 100.000 dollari messi a disposizione da Filmauro, che saranno suddivisi in parti uguali tra il regista e il produttore, fra tutte le opere prime di lungometraggio presenti nelle diverse sezioni competitive della Mostra (Selezione Ufficiale e Sezioni Autonome e Parallele).

Fonte: mymovies.it

venerdì 15 luglio 2016

INDEPENDENCE DAY - RIGENERAZIONE




Another sequel Bites the Dust. E stavolta il polverone è direttamente proporzionale a quello alzato nel lungo percorso di avvicinamento a questo Independence Day - Rigenerazione, dalle speculazioni sul ritorno di Will Smith in poi. Il ritorno degli eroi di Independence Day a giusto vent'anni dal precedente capitolo è di nuovo affidato alla regia e alla fantasia di Roland Emmerich, ma le tante firme in fondo allo script (con lui anche Dean Devlin, James A. Woods, Nicholas Wright e James Vanderbilt) non sembrano aver fornito un buon servigio alla causa. Anzi.

Le pecche di questa epica sci-fi iniziano proprio dalla carta, infatti. Da una sceneggiatura che potrebbe aver contato troppo sulla benevolenza e semplicità di un pubblico pronto a ricevere qualsiasi cosa portasse di nuovo gli attori del 1996 a scontrarsi con gli alieni cattivi, allora respinti. La terra ha imparato la lezione ed è ormai un luogo pacificato, senza più guerre e pronto a collaborare a ogni livello, e i lucertoloni corazzati sono prigionieri nell'Area 51, oggi Quartiere Generale governativo. Ma quando si attiva il GPS interstellare qualcosa si rimette in moto…

Certo, il riferimento cui si guardava non era certo Apocalypse Now o Incontri Ravvicinati, ma nella sua semplicità baraccona appare oggi ancora più onesto e apprezzabile. Molto più di questo 'compito obbligato' nel quale troppi elementi sono giustapposti senza davvero un criterio che non sia quello di dare informazioni sparse e clichè in pasto al pubblico. A partire dal video di supporto al racconto, che mostra l'origine dell'odio tra il bello e dannato, insubordinato e nobile Liam Hemsworth e il sempre sorridente eroe annunciato Dylan Dubrow, figlio d'arte del defunto Capitano Steven Hiller, al quale viene chiesto del padre nella prima domanda della conferenza stampa nella Casa Bianca tanto per informarci delle modalità della sua morte.

E le caratterizzazioni dei personaggi non sono da meno. Visto che al fianco dei precedenti troviamo un altro - l'ennesimo nel cinema statunitense moderno - Presidente donna degli Stati Uniti, un primo della classe che rischia di distruggere la base lunare per sottolineare le proprie carenze affettive, un paio di 'donne coraggio' alla Die Hard e persino un Signore della Morte africano appassionato di filologia aliena, oltre ai vari apprezzabili - ma piuttosto impalpabili e dovuti - ritorni di Judd Hirsch, Brent Spiner, Bill Pullman, Jeff Goldblum, Vivica A. Fox (protagonista di una delle scene più fasulle della vicenda) e Charlotte Gainsbourg (quasi fastidiosa nella sua macchietta)

Non manca nemmeno il remake di 'quel' pugno in faccia. Ma il film rialza la testa proprio nel suo ipertrofismo (o coattagine, potremmo dire, tornando al lessico cinematografico più stretto). Come se gli sceneggiatori di Boris avessero sfruttato lo sfruttabile per un'ora e un quarto in attesa di arrivare al Gran Finale, fatto di città devastate, megalopoli volanti e scontri suicidi nel mezzo del deserto. Decisamente la parte più riuscita e divertente dell'intero prodotto. Che minaccia ora di fare il passo più lungo della gamba lanciandosi nello spazio esterno con una trilogia che aveva già smesso di aver senso quando lo stesso Roland Emmerich e la Fox rinunciarono alla realizzazione simultanea di Independence Day 4-Ever: Part I e Part II.

Fonte: film.it

martedì 5 luglio 2016

Il piano di Maggie


In trasferta a Manhattan dalle più consuete strade della Brooklyn hipster dei film scritti insieme al compagno Noah Baumbach, Greta Gerwig affida il suo personaggio ormai iconico a Rebecca Miller ne Il piano di Maggie. La sua andatura caracollante, la timidezza goffa pronta al sorriso, sono quelle che l’hanno resa una specie di marchio registrato, la musa indie di inizio secolo. Ovviamente anche qui è una giovane donna in preda all’insicurezza, in difficoltà fra l’accettazione di un presente piuttosto insoddisfacente, almeno dal punto di vista sentimentale, il superamento delle scorie del passato e il coraggio di costruirsi un futuro da donna pienamente adulta e affermata. Intendiamoci, è una buona notizia, visto che sono questi i territori in cui la Gerwig convince, permette l’identificazione totale da parte del pubblico, fino alla tentazione di un abbraccio con buffo sulla guancia. Meglio eviti sfide troppo azzardate per le sue caratteristiche attoriali, come la disastrosa prova in The Humbling, al fianco di Al Pacino.
Rebecca Miller, dopo aver raccontato la cinquantenne Robin Wright in La vita segreta della signora Lee, ci presenta la trentenne Maggie, fiera della sua indipendenza e intenzionata a diventare madre single per inseminazione, grazie all’aiuto di un compagno di college, improbabile produttore di cetrioli in barattolo di origini scandinave, oltre che grande appassionato di hockey su ghiaccio. Una scelta consapevole in linea con il bisogno di controllare al millimetro ogni passo della sua vita, senza bisogno di aiuti esterni. L’effetto collaterale è una certa sperduta solitudine, di cui si rende conto quando si innamora di un antropologo, che come lei insegna in un poco prestigioso college newyorkese. La buona notizia è che si tratta di Ethan Hawke, quella cattiva è che è già sposato, con un’altra accademica dalla brillante carriera come docente alla Columbia University. I due inizieranno a vedersi spesso, visto che il docente in realtà è uno scrittore che cerca di bissare il successo del suo primo libro, e la consulenza di lei gli sembra molto utile. Il fato o l’amore che siano ad averli fatti incontrare, inizieranno una giostra sentimentale, un tira e molla complicato dall’affacciarsi della moglie di lui nel bel mezzo delle oscillazioni dell’uno e dell’altra.
Il piano di Maggie è tutto ambientato in un Greenwich Village che sembra cristallizzato negli anni ’70, non fosse che per i vestiti sbalorditivi indossati dalla Gerwig, declinazioni infinite del sottobosco. La Miller, però, si diverte molto a prendere in giro il mondo intellettuale da cui proviene - lei figlia di Arthur Miller - svelando le patetiche maschere indossate con sempre meno convinzione dai tre protagonisti. La manipolazione è al centro del film, intesa come inevitabile effetto collaterale in un rapporto qualunque, così come la caducità del concetto di talento artistico, spesso dipendente dall’autostima o dall’abbaglio collettivo. L’importante è che ci sia la vita, con la sincerità di chi non pensa troppo a rimarginare le ferite subite e inferte, sembra dirci la Miller, senza mai prendersi troppo sul serio. Inutile pensare a incasellare la proprio vita in schemi precompilati; pianificare è inutile, per fortuna, altrimenti sai che noia.
Sontuose le interpretazioni del terzetto, con una Moore deliziosamente a suo agio nei panni di una insopportabile intellettuale dall’accento scandinavo, per una commedia romantica che gioca con la fluidità dei rapporti di coppia, leggero quando il tema potrebbe essere pesante, senza scadere nel banale.

Fonte: comingsoon.it

martedì 28 giugno 2016

The Legend of Tarzan



Sono passati molti anni da quando l'uomo, una volta conosciuto come Tarzan ha lasciato la giungla africana per tornare ad una vita imborghesita come John Clayton III, Lord Greystoke, con al suo fianco l'amata moglie Jane. Invitato a tornare in Congo per servire da emissario commerciale del Parlamento, ignora di essere una pedina in una convergenza mortale di avidità e vendetta ordita dal capitano belga Leon Rom. Ma coloro che sono dietro il complotto omicida non hanno idea di cosa stanno per scatenare.

Fonte: comingsoon.it

martedì 21 giugno 2016

THE BOSS


Michelle Darnell è un'imprenditrice di successo finita in 


prigione per insider trading. 


Rilasciata sei mesi dopo e forzata a trasferirsi da una 


sua antica dipendente che lei era solita tormentare, 


trascorrerà molto tempo con la figlia di quest'ultima e 


deciderà di creare una nuova impresa di produzione di 


dolci al cioccolato.


Fonte: film.it

venerdì 17 giugno 2016

NOTIZIE ANGRY BIRDS



Non voler esagerare; attenersi al profilo bidimensionale del videogioco omonimo dal quale è stato fortemente tratto, immaginando con semplicità e ironia il perché i celebri uccelli colorati che caratterizzano il gioco della Rovio Entertainment si trovino a essere così arrabbiati e furiosi.

Angry Birds è un film che non volendo strafare e stravolgere la natura del gioco, di per sé semplice e binaria visto il mezzo, riesce a realizzare un prodotto che punta sulla vincente colorazione della pellicola, la replica della grafica del gioco è infatti molto riuscita e il film è anche in 3D, dove questi elementi tecnici confluiscono in una trama che seppur leggera è tutt’altro che banale.

ANGRY BIRDS - IL FILM, TRAILER


Essa, come nel bellissimo Inside Out della Pixar, ha lo scopo di riflettere in maniera profonda su un’emozione negativa come la rabbia, cercando di chiedersi soprattutto che ruolo possa trovare quest’ultima nella società; luogo pachidermico per antonomasia dove regole e regolamenti spesso soffocano una giusta indignazione personale nel nome di un quieto vivere troppo lento nel cogliere le storture del presente. E sul tema della comunità che silenzia ogni espressione individuale finendo per esercitare di frequente un fastidioso conformismo, torna volentieri nel sottotesto di Angry Birds.
Non è poco per un film di animazione; specialmente se esso affianca a questa riflessione più profonda, momenti di azione e di umorismo riusciti, irriverenti e sottolineati dalle voci frizzanti di alcuni protagonisti del cinema e della TV; il protagonista Red doppiato da Maccio Capatonda e Chuck, personaggio al quale dà voce Alessandro Cattelan. Elemento visivo potente quindi, ma questa non era la parte più difficile perché essa è già eredità stessa del videogioco, ma piuttosto storie credibili che pur rimanendo nel registro della commedia lasciano posto persino a ragionamenti maggiormente edificanti.

Bel lavoro. E nel cast ci sono anche le vocalità talentuose di Chiara Francini e di Francesco Pannofino mentre la regia è firmata da Clay Kaytis e Fergal Reilly.

Fonte: film.it

mercoledì 18 maggio 2016

JULIETA



Ci sono registi con i quali è difficile elaborare la delusione, molto più che ammetterla. Pedro Almodòvar è uno di questi. Facile decidere di non aver amato un suo film, come il Julieta con cui si è presentato al Festival di Cannes appena terminato (che non a caso l'ha ignorato nel suo Palmares). Più arduo definirlo semplicemente brutto, o non riuscito. Soprattutto mentre si cerca di analizzarne le parti, per declinare un giudizio. Mentre tra i tanti ricordi, suoi e nostri, emerge altro: intenzioni e passione, come sempre.



Il rivivere una storia d'amore a distanza, anche di tempo, attraverso un racconto non potrà non dare l'impressione di esser tornati a Gli abbracci spezzati, come i corpi nudi degli amanti ricordano l'adulterio di Carne Tremula e l'amore sbocciato in ospedale lo splendido Parla con lei, insieme alla vergogna per una Mala educacion cattolica e la solitudine silenziosa di tante donne del cinema del manchego. In fondo il titolo originale del film doveva essere proprio 'Silencio' (come il titolo di uno dei racconti di Alice Munro - insieme a 'Destino' e 'Pronto', del libro 'In fuga' del 2004 - dai quali è adattata la sceneggiatura), quello nel quale la Julieta adulta di Emma Suárez si chiude, quello al quale la sua versione giovane (Adriana Ugarte) viene condannata, dalla figlia (Priscilla Delgado).

Non sono loro le sole figure femminili della storia, ma sono le più importanti (senza dimenticare la Marian della splendida Rossy de Palma). Quelle che di fatto - dopo dieci anni - segnano un ritorno a quel cinema 'di donne' che ci aveva regalato la meravigliosa stagione melò dell'Almodòvar di inizio millennio. Sono donne condannate al mistero, a occuparsi delle debolezze altrui, a capirle, a rassegnarvisi. Salvo scontare l'eterno senso di colpaconseguente ai tentativi di reazione che si concedono.



Una condanna alla quale non sfugge nessuno, nemmeno il regista, che ammette di aver provato "senza accorgersene" lo stesso senso di colpa che caratterizza il film. E che non risparmia nessuno dei suoi personaggi. Forse solo gli uomini, disposti ad accettare il destino che li aspetta, di morte o di abbandono, e a cercarlo. Passivamente. Come fa in parte proprio Julieta, il cui 'crollo' è però troppo radicale, e brusco, buono soprattutto per evidenziare la forza delle due giovani pronte ad accudirla. Una forza che non si palesa a difendere il rapporto creato, tenuto nascosto anch'esso. E vissuto come colpevolesbagliato, per colpa di unfanatismo religioso che nel cinema di Almodovar era stato meglio raccontato e stigmatizzato.

Probabilmente perché mostrato nella sua triste diffusione e non così inutilmente insistito in un crescendo didascalico che ne fa solo l'ultimo di una serie di motori narrativi poco convincenti e visibilmente artefatti. La frustrazione, il dolore, la paura, la solitudine, l'amore, la vergogna, la gelosia, il rancore, il rammarico, la colpa si alternano. Costantemente adattati alla situazione in un gioco di ripetizioni che vorrebbe essere 'thrilling' (come sottolineano - di nuovo, troppo - i contrappunti musicali di Alberto Iglesias), ma che resta dramma.



Impossibile parlare di confusione per un cineasta che si è mostrato tante volte tanto abile nel trattare temi e personaggi che ancora evidentemente lo emozionano, né di poca capacità nel costruire con certi elementi architetture pari a quelle che anche in questo caso vediamo realizzate sulla scena. E la commovente geometria delle riprese, anche aeree, come la parcellizzazione dei colori e i loro contrasti (meravigliosi, al sollito) non bastano però a consolarci della sgradevole impressione di trovarci di fronte a un superficiale affidarsi a certi accadimenti o escamotage per giustificare alcune svolte nello sviluppo.

Almodòvar lo sa, e lo dice: "quasi tutti i miei film convincono la seconda volta che si vedono. Julieta sicuramente verrà apprezzato maggiormente dopo averlo già visto una volta. Vorrei convincere mio fratello a invitare a una seconda visione tutti gli spettatori che hanno già visto il film. Le persone non si conoscono, né si apprezza la loro compagnia, al primo incontro. Con Julieta succede la stessa cosa". Non siamo convinti, ma probabilmente lo faremo. Tenendo le dita incrociate.

Fonte: film.it